Lykke Li. 

Ogni tanto capita che mi blocco. Sono in un locale, in uno di quei locali con le televisioni che non capisco perché ci siano. Ogni tanto mi blocco a guardare uno di quei video che passano quei canali su cui di solito i televisori di cui sopra sono sintonizzati. Mi blocco e mi chiedo Ma perché al posto di inventarsi sempre nuove strapponcelle-ammiccanti-ancheggianti non fanno cantare tutto sempre alla stessa ancheggiatrice? Esiste davvero qualcuno nel globo che sente la necessità di una nuova Rihanna? Le facciamo cantare tutte a lei e bona, così lei è contenta e noi non facciamo la figura di quelli disinformati con la faccia perplessa di fronte all’ennesimo video di ancheggiatrice maliarda che lega ballerino remissivo mentre bacia ballerina tentatrice.

È che i video di Lykke Li non li fanno vedere nei televisori tristi dei locali. Sennò i giochi cambiavano. Toh, al massimo avrei detto che ricorda Florence + The Machine o Bat for Lashes. Non mi sarebbe venuto in mente di far cantare Get some o I follow rivers a Rihanna.


Lykke Li, classe 86, da tre anni è tra i nomi da tenere d’occhio. Youth Novels, il suo primo disco uscito nel febbraio 2008, un mix di pop ed elettronica suonati e cantati con innocente sapienza ha costruito una buona dose di hype attorno al suo nome. Un hype che non l’ha dimenticata tre anni dopo, quando a marzo 2011 è uscito il suo secondo album, Wounded Rhymes. La produzione è affidata ancora una volta a Björn Yttling, dei Peter Bjorn and John, ma nel frattempo Lykke Li ha aggiunto al curriculum collaborazioni con Royksopp, partecipazioni a colonne sonore come la serie tv Misfits e la tanto amata (?) saga di Twilight.

Likke è nata in Svezia ma è mezza vagabonda di suo. Da ragazzina segue i genitori (un musicista e una fotografa) in giro per il mondo: Svezia, Portogallo, Marocco, Nepal, India. Oggi si divide tra Stoccolma, NY e Los Angeles, dove ha inciso la sua ultima fatica. Wounded Rhymes è un disco pieno, vario, forse un po’ troppo. Elettronica, folk e atmosfere sixties si intrecciano tra loro creando ritmi vorticosi, per poi spegnersi di colpo nella seconda parte dell’album, più cupa ed introversa. Dopotutto la strada per trovare sé stessi è lunga e tortuosa. Tanti si arrendono prima e decidono di essere la ragazza di qualcuno o una persona solare. È un lavoro complicato trovare sé stessi, soprattutto se convivono tante anime in un solo contenitore e ogni volta si deve decidere quale far prevalere. Sembra sia proprio questo quello che esce da Wounded Rhymes, ma, vista l’età di Lykke, possiamo attendere ancora un po’ e vedere quale strada decide di percorrere. Intanto che aspettiamo, il twist di Get Some ha già conquistato anche l’onnipresente Beck, che lo ha remixato qui.


L’hype di Lykke Li è giustificatissimo anche dallo stile. Vabbè che giocava in casa, ma Elle Sweden l’ha pur sempre eletta celebrità meglio vestita nel 2009. Quasi sempre total black perfetto con i suoi capelli biondi, ogni tanto lo dismette per indossare il bianco (come nel video di Sadness is blessing) o il grigio. Non ama i colori (ho indossato troppi abiti hyppie da piccola, ironizza), ma le piace giocare con le dimensioni e le strutture degli abiti. Acne, Lanvin, Riccardo Tisci i suoi marchi e designer preferiti, che interpretano al meglio la sua voglia di understatement destrutturato. Cede solo ai gioielli, grandi ed esagerati che scova in giro per il mondo, soprattutto nei flea market di Stoccolma e Los Angeles. On stage, total black, molta energia e bacchette in mano per percussioni -quasi- improvvisate. Forse Lykke ha già deciso cosa fare da grande, ma gioca ancora un po’ a confondere le acque.