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Alex Turner.

Capiterà, avanti negli anni, che ci ricorderemo dei brufoli di Alex Turner e dei suoi vent’anni. Ci ricorderemo anche degli altri membri degli Arctic Monkeys, delle loro camicie a quadri troppo corte e dei bottoni che tirano attorno all’addome. Ci ricorderemo di quando esisteva Flux che poi si è chiamato Qoob che poi se ne è andato sul digitale terrestre quando non lo usava nessuno che poi è sparito una volta che il digitale terrestre ce lo hanno avuto tutti. In quei preziosi mesi in cui si poteva guardare la musica alla tivvù risparmiandosi la pubblicità e Rihanna coperta di cellophane o folle indemoniate aizzate dai Black eyed peas, si scoprivano gli Arctic Monkeys. Non c’erano i nomi, mancavano le presentazioni. Rimanevi lì a guardare la musica e a cercare di ricordare stralci della canzone per poi poterla cercare nel web e darle un nome.

Capiterà che ci ricorderemo di un ventenne che si agitava imbracciando la sua Fender bianca in un set abbastanza spoglio da assomigliare ad una palestra. Cercheremo di dimenticare lo sguardo sbruffone che si può avere guardando un gruppo di ventenni inglesi vittime dell’acne e di un’alimentazione a base di grassi saturi. Un disco azzeccato e poi va sempre a finire che uno vuole finire l’università e l’altro va a gestire l’azienda di trasporti del padre. E invece no. Il Regno Unito non è l’Italia e gli Arctic Monkeys non sono i LunaPop.

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Nel bildungsroman che ha come protagonista Alex Turner succedono molte cose. Spariscono i brufoli, si diventa uomini ma si rimane timidi. Si lascia la madrepatria e ci si trasferisce in America per inseguire l’amour, aka la modella e star televisiva Alexa Chung. Mentre noi stiamo qui con il nostro sguardo sbruffone e cinico, i dischi delle scimmie artiche saranno presto quattro (il prossimo, Stuck it and see, sarà in uscita il 7 giugno, ma si può già ascoltarne un assaggio, Brick by brick). Intanto, giusto perché a Turner un gruppo pareva poco, nel 2008 hanno visto la luce The last shadow puppets. Il disco, The Age of the Understatement, uscito nell’aprile dello stesso anno, balza subito ai primi posti delle classifiche inglesi.

L’ennesima riprova che I bet you look good on the dancefloor non era un tormentone da jukebox estivo e che Alex Turner, viva dio, non è Umberto Balsamo, arriva il 14 marzo 2011, con l’uscita del primo ep che lo vede per la prima volta solista. L’occasione è la colonna sonora di Submarine, pellicola indipendente del giovane regista britannico Richard Ayoade, al debutto sul grande schermo. Basato su un romanzo di Joe Dunthorne, ha partecipato al Sundance festival e al festival di Berlino fuori concorso. Il protagonista, Oliver, quindici anni, ha due obiettivi: perdere la verginità e impedire che sua madre lasci suo padre per il suo maestro di danza. In questa riga e mezza di sceneggiatura tagliata con l’accetta ce n’è per mille film, ma Ayoade ha scelto il taglio meno banale. Stramberie, sfasature rispetto alla realtà, piccoli affreschi di un’adolescenza 100% british che a tratti sembrano scatti presi con una vecchia Diana. A completare il tutto, la colonna sonora. Sei piccole chicche partorite dal nostro eroe, Alex Turner, che ancora una volta dimostra che essere timidi lascia spazio ad un sacco di altra roba. Tipo scrivere delle gran belle canzoni.