Gelo. Buzz Aldrin.

Ad arrivare primo può sempre capitarti di fare la fine dei Jalisse, che all’inizio ti stanno tutti attorno e dopo un po’ a cantartela rimani soltanto tu o al massimo qualcuno che prima di andarsene ti batte la spalla scuotendo la testa. Stai lì con il tuo chitarrino a guardarti attorno a dire Ma no, non andate via! Sentite questa che è bella. Più bella ancora di Fiumi di parole! La festa è finita, è meglio che torni a casa e con i soldi messi da parte ti apri un baretto.

Ai Buzz Aldrin non capiterà. Se non altro, hanno puntato sull’eterno secondo, Buzz Aldrin. Sarà meno celebre, ma sulla Luna ci è arrivato lo stesso. Gelo, Nico, Giallo e poi Marchino, di base a Bologna, nascono nel gennaio 2009 e vengono subito notati, forse perché non hanno troppo l’aria di essere italiani. «Il nome è stato scelto dopo che ho letto Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? Di Johan Harstad. Mi piaceva il ruolo che un personaggio simile ricopriva nella società. Abbiamo parlato svariate volte dell’eterno secondo, colui che non mostrandosi rimane un ingranaggio fondamentale dietro a qualsiasi sistema». La loro musica è una wave anni ’80 maniacale, allucinata, che può avere due effetti. O vi blocca lì a guardare nel vuoto o vi fa venir voglia di agitarvi parecchio. Dipende anche da quanto avete bevuto e se li sentite dal vivo. «Amiamo la scena musicale degli anni ’80, ma non siamo fissati con un solo genere. Abbiamo ascolti vari, ognuno di noi ha dei gusti personali, ma abbiamo dei punti di incontro su Dylan, Doors, Bauhaus e moltissimi altri. Credo che il nostro punto di forza sia quello di prendere tante cose apparentemente distanti e rimescolarle secondo la nostra sensibilità. I nostri pezzi nascono così, non c’è niente di scritto, viene tutto molto naturalmente. Facciamo ciò di cui sentiamo l’urgenza». Se l’urgenza è il motore di tutto, ci saranno di certo artisti che più di altri la stimolano. «Mi sono reso conto che tutta l’arte a cui sono sensibile mi influenza musicalmente. Nick Cave, Tindersticks, Tim Buckley e De Andrè, la sua continua ricerca. Lo considero uno dei più grandi poeti italiani e ammiro il suo non essersi mai adagiato. Leggo molto Vittorini, Pasolini, Pavese, Kerouac, Dostoevskij, Gogol, Kafka. Nell’arte figurativa mi affascinano Bacon, Wong Kar-Wai, Rothko e Jim Jarmusch. Negli ultimi due anni devo dire che ho messo un po’ da parte i nuovi gruppi. Quasi tutto quello che ascoltavo non mi dava più emozioni, allora ho deciso di scoprire tutte le cose del passato che mi sono perso. Al momento non riesco a togliere dallo stereo The Living Road di Lhasa e sono alle prese con il mio primo romanzo di Faulkner, Zanzare».

Oltre a suonare la batteria, Gelo fotografa, un po’ per passione e un po’ per lavoro. «Non sono un purista dell’immagine, mi affascina pensare di rivedere gli scatti a distanza di anni e vederne i cambiamenti». Forse anche per questo è molto attento allo stile e all’immagine. «Fondamentalmente amo l’estetismo, ma mai gratuito. Credo che l’aspetto sia sempre fondamentale, ma questo non significa seguire la moda, credo che la vera eleganza la travalichi. Oggi la moda spersonalizza, mentre io cerco di avere uno stile abbastanza rigido sia nei capi che nei colori che indosso. Forse tutte queste cure mi fanno sentire più protetto». Gelo sembra uno con le idee chiare e lo conferma anche un rumor passato sotto banco. Nello scorso tour europeo dei Buzz Aldrin, una delle sue valigie era solo per i suoi pantaloni, tutti neri. Dei must, dei feticci? «Oltre ai pantaloni neri, chiaramente (ride), scarpe, giubbotti di pelle e i miei occhiali da sole». Infine, due domande a bruciapelo. Una città. “Ne ho tre. Torino, Bordeaux e San Francisco». Hai la macchina del tempo. «Farei spola tra Londra e New York nel ’77 per vivere da musicista il cambio di direzione che ha avuto il r’n’r. Oppure in Italia, negli anni ’60. Sono molto affascinato dall’idea di romanticismo che aleggiava in quel decennio». Alla fine, finisce che Gelo è uno stilosissimo romantico.