James Blake.

È inutile vivere cent’anni. Sono i primi trenta a fare la differenza. È a vent’anni che diventi un caso editoriale, un caso musicale, un caso mediatico. Un caso.

A ventiquattro anni Larry Page e Sergey Brin creano Google, Mark Zuckerberg frega l’idea ai due gemelli Winklevoss e mette su Facebook, Mozart compone la sinfonia Jupiter e Leonardo da Vinci dipinge l’Annunciazione. Questi sono i casi, i prodigi, i geni. Chiamateli come vi pare. Vivete pure cent’anni. Magari avrete tanti nipotini e prima o poi spunterà fuori anche l’artrite, ma se non siete stati un caso o un prodigio a vent’anni, forse dovrete limitare le vostre aspirazioni.

Vi basta per cominciare a sbuffare? Metteteci pure che i casi e i prodigi di solito spiegano il loro operato con alzate di spalle. Descrivono il loro prodotto geniale come una cosa semplice e ovvia, naturale conseguenza di quello che gli veniva in quel momento. Ricordate Salieri nel film Amadeus di Forman quanto rosicava? Mozart faceva festini, lo prendeva in giro e lui a casa a consumare candele per cercare la semicroma perfetta.

Prendete James Blake. A gennaio 2011 la BBC lo posiziona al secondo posto di Sound of 2011, classifica dei talenti da tenere d’occhio, tra Jessie J al primo e The Vaccines, al terzo.

Classe 1989. Ventun anni compiuti lo scorso 28 dicembre e l’etichetta di ragazzo prodigio. Mentre un po’ di over trenta lo guarda e rosica, lui chiaramente risponde come tutti i ragazzi prodigio. «Mentre andavamo al mare cantavo Happy Birthday in macchina con papà (James Litherland, chitarrista e cantante dei Colosseum). Non sono sempre stato un appassionato di musica e non compravo dischi perché non avevo soldi. Quando scrivevo non pensavo a una definizione per quello che facevo, per me era solo batteria e basso».

Il disco omonimo, uscito a febbraio in versione digitale, rappresenta appieno il talento di James Blake. Undici tracce pulite, asciutte, che mostrano fin troppo bene ciò di cui è fatto l’album: un computer (acquistato perché gli serviva per l’università. Aridaje). E la sua voce. Una voce calda e matura che per certi aspetti ricorda quella di Antony Hegarty, soltanto che James sembra lagnarsi molto meno.

Un dubstep maturo, senza troppi fronzoli ed eccessi, per questo scivola nella stanza come velluto. È la cover di Limit to your love di Feist a fare da biglietto da visita all’album. La voce di Blake suona calda e si fonde perfettamente all’elettronica che riduce all’essenziale la linea musicale del pezzo.

Come tutti i prodigi che sfornano piccoli gioielli quasi inconsapevolmente, anche il giovane londinese non ha uno stile originalissimo. Forse perché ha altro a cui pensare. Il bello però è che riesce a non sfociare mai nello sciatto o nel kitsch. T-shirt, cardigan, capello spettinato e qualche lentiggine, that’s all. James Blake è uno essenziale ed elegante, come la sua musica. Mettetelo nelle cuffie mentre passeggiate per la città, vi sembrerà elegante anche la sciura in fuseaux fucsia che porta a spasso il cane. O forse no.