Dirty Beaches

Ogni tanto mi piace aprire piccole parentesi; questa è una di quelle: tornare a scrivere su Cosebelle, per me, è come tornare un po’ al mio io di prima. Il fatto che mi sia stato riproposto, che ci sia stata una persona che ha pensato e creduto in me, mi lusinga. Il mio ego ne aveva bisogno. Chiusa.
L’estate pare sia giunta al termine. Io l’ho passata con Dirty Beaches. E non parlo di sabbia e mozziconi di sigarette, ma di quello che avevo in cuffia sotto il sole, mentre cercavo di ottenere un colorito decente, e di non sembrare costantemente truccata solo con il fondotinta bianco da vera geisha.
Un’estate vissuta con cupezza, ma alternata a sprazzi di colori vivi.
A tenermi compagnia c’è stato Alex Zhang Hungtai, nome non facile essendo di origine taiwanese, un giovanotto dai bei tatuaggi che ha vissuto tra le Hawaii e la Cina, per poi trasferirsi nella ridente Montreal.

L’album che gli ha spianato la strada (pur essendo già il suo terzo lavoro) è “Badlands”, uscito zitto zitto e quatto quatto il 29 marzo, per poi esplodere e arrivare alle orecchie di tutti per raccogliere consensi.
L’ho scoperto per caso, girovagando su Tumblr e su siti di musica esteri su consiglio di un amico che conosce bene i miei gusti, si trova ben poco sui soliti siti musicali, bisogna saper cercare nei posti giusti.
I suoi brani mi hanno fatto subito pensare di rubare una cadillac scoperta, mettermi alla guida, e partire per un road trip infinito.
Ai capelli delle pin up, ai marinai tatuati degli anni ’50-‘60.
Rievocano nella mia mente l’immagine di quei locali nei sobborghi americani con la cappa di fumo, dove si beve whisky già dal primo pomeriggio, ci sono uomini fascinosi che profumano di dopobarba, e ci sono donne fatali a sedurli.
Atmosfere anni ’50, reminiscenze musicali che fanno subito pensare ad Elvis, o ai Suicide (gruppo elettronico americano protopunk) , e visivamente alle atmosfere di “Mulholland Drive” di Lynch, o ai lavori del regista Wong Kar-Wai.
Ti vien voglia di mettere su questo disco, metterti nella vasca e fumare, perdendosi nello spleen più assoluto, finchè non ti si raggrinziscono i polpastrelli.
Baudelaire o l’oracolo di Delfi avrebbero apprezzato molto perdersi su queste note.

Le copertine dei suoi ep (sarebbe scontato usare un misero belle), sono a dir poco evocative.
Sul primo lavoro, “True blue/Sweet 17”, c’è una fototessera in bianco e nero dei suoi genitori (anche i miei ne hanno una simile!).
Contenuto e forma vengono a fondersi, in maniera così imperfetta da essere perfetta, lasciandoti
quel senso di incompletezza che ti completa (stranamente) ma ne vorresti sempre di più.
Alex sta muovendo bene i suoi primi passi.
Ci resterei per sempre su certe spiagge.

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