Dopo la candidatura per Il genio dell’abbandono nel 2015, Wanda Marasco torna tra i finalisti del Premio Strega, edizione 2017, con La compagnia delle anime finte. Sicuramente uno Stabat Mater, usando le parole del critico letterario Silvio Perrella, ma anche un romanzo corale per altri versi. Il “coro” è quello delle anime finte del titolo: sono i personaggi che accompagnano la vita delle due protagoniste, Rosa e sua madre Vincenzina, e la loro vicenda privatissima. Vincenzina muore nella prima pagina del romanzo, quello che segue è il ricordo malinconico e doloroso della figlia. Le parla sul letto di morte, quando il suo corpo è esanime e provato dalla malattia, le parla in un dialogo continuo ed immaginario, quello che ha con una Vincenzina giovane appena a arrivata a Napoli.

Diventata femmina mestruata, Vincenzina fu spedita da Adelì in città, perché in campagna lo sciupio delle carni era più veloce, e a Napoli poteva trovare un marito che non fosse cafone come Biasino, un sangue che non si doveva ripetere.

Siamo in una Napoli sanguigna, sguaiata e terrena; la narrazione a ritroso di Rosa inizia nel secondo dopoguerra, tra i vicoli polverosi della città dall’odore aspro, scenario degli incontri d’amore tra Vincenzina e quello che diventerà suo marito, Rafele, padre di Rosa. Una relazione carnale all’inizio, osteggiata dalla famiglia di lui, che poi trova compimento col matrimonio, ma la cui essenza rimane sciagurata per sempre. Vincenzina vive la sua vita tra bigottismo, ignoranza, malattia e superstizione; elabora i lutti con gesti precisi, quelli che la costringono a prendersi cura di malati e morti in piena rassegnazione. Quello è il suo destino, quella è l’unica strada che può percorrere. Ma poi questa strada si interrompe e Vincenzina, sempre attraverso i ricordi di Rosa, sceglie la via del malaffare, per poi abbandonarla nel tentativo sincero di ripulirsi l’anima dai peccati.

I personaggi di questo romanzo sono estremamente corporei e compongono un presepe laico scostumato e soffocante, eppure pieno di dignità. Ne La compagnia delle anime finte ci sono le orche del palazzo, i fruttaioli, l’usuraio del quartiere, la salumiera, il maestro elementare visionario, la bambina cattiva che irretisce Rosa e Mariomaria, il bambino che gioca con le bambole.

Mio padre li ha sempre chiamati animali e mia madre fetienti.

Wanda Marasco mette insieme le vite di questi fetienti e le lega indissolubilmente alle vicende delle sue due donne, ma tutto è un pretesto per dare a Rosa la possibilità di elaborare il lutto e tirare fuori i dolori, le sofferenze e l’amore per una donna semplice ed imperfetta, ma pur sempre madre.

Non lo so se questa è la tua vera storia, ma sto imparando a costruirne una che ti somiglia.

La presenza dell’autrice, ovviamente, c’è in ogni pagina, nella scrittura complessa e nelle espressioni dialettali che sanno preparare il terreno al lirismo che appartiene a Wanda Marasco, ma che appartiene anche a Napoli. Questo è un romanzo doloroso con un finale sorprendente che pesa come un macigno sul cuore del lettore per temi e profondità, ma nelle sue pieghe si rivela terribilmente luminoso e bello come solo Napoli, nelle sue contraddizioni, sa essere.

Questo è il quarto appuntamento per lo Stregabello 2017. Qui tutti gli articoli #stregabello