Il cola-pranzo virtuale. Roma – Milano h 12:45

E’ venerdì, il sole timido dell’inverno riscalda il torpore dei miei passi, rientro a casa dopo una breve passeggiata e, lievemente emozionata, mi appresto ad accogliere nella mia camera e alla mia scrivania i ragazzi di Sovrappensiero.

Elemento primario e imprescindibile per l’intervista? Aver preparato una tavola imbandita e una seduta comoda, addolcite da marmellate, sandwich, succo d’arancia e caffè, rigorosamente americano. Accendo Skype, scarto il regalo e…pouf, compaiono le due facce sorridenti di Ernesto Iadevaia e Lorenzo De Rosa, ancora un po’ insonnolite, ma decisamente pronte per le presentazioni ufficiali e per le mie tante curiosità.

(per leggere a mente libera quest’intervista si consiglia: Mogwai – You’re Lionel Richie)

ma 01 : Sovrappensiero, oltre ad essere il nome del vostro studio, è anche un metodo di lavoro?

s: A volte lo è. Non è sempre facile avere delle idee restando davanti ad un foglio bianco.

Di sicuro non è il primo metodo di lavoro che adottiamo, ma come in tanti mestieri, spesso le intuizioni arrivano in maniera un po’ distratta; mentre guardiamo fuori dal finestrino del tram o facciamo finta di guardare la televisione. Il nome Sovrappensiero nasce da queste “distrazioni” e se qualcuno se lo stesse chiedendo: non è un omaggio alla canzone dei Bluvertigo.

ma 02 : I vostri progetti sembrano nascere da una realtà onirica, qual è la loro origine?

s: Questa caratteristica si addice soprattutto ai progetti realizzati per la mostra “Memoriae Visionariae”. In quel caso abbiamo provato a realizzare dei nuovi oggetti che avessero un forte collegamento con una storia ed un passato che in realtà non hanno mai vissuto. In questo paradosso gli oggetti appaiono sospesi nel tempo e acquisiscono una dimensione onirica.

ma 03 : Quando avete iniziato a sentirvi designer e a collaborare?

s: Abbiamo sempre lavorato insieme fin dai tempi dell’università e, da meno di un anno, abbiamo aperto lo studio Sovrappensiero. Non sappiamo ben definire quando ci siamo sentiti designer, forse quando ci siamo resi conto di avere un rapporto ormai diverso con la materia, con i gesti e i colori. Essere un designer cambia un po’ il tuo modo di vivere, la tua percezione delle cose. Forse è malsano. Forse è affascinante. Di sicuro, è un cambiamento dal quale non possiamo più uscire e questo non ci spaventa.

ma 04 : Il design scandinavo ha come capo saldo l’uso di materiali naturali.

Voi, utilizzate legno, date importanza all’ecologia (Back To Nature) e vita all’autunno (Autumn Bag), come è nata questa propensione?

Non sarà mica colpa del clima milanese?

s: Il clima Milanese ci dà una bella scala di grigi e una scarsa scala di verdi, ci insegna ad usare il cemento e a dimenticarci il profumo del legno. La sensibilità con la quale sono nati molti progetti arriva da lontano, dalla voglia di migliorare, anche se nei piccoli gesti, la qualità della vita delle persone con dei progetti “narrativi” che conservino un aspetto romantico del quale tutti abbiamo bisogno. Far nascere una pianta dai rifiuti organici o camminare in casa su un tappeto ascoltando i rumori dell’autunno, sono di sicuro esempi che spiegano bene quale direzione sta prendendo il nostro lavoro.

Milano è una città che ci dà tanto, ma che ci indurisce, forse stiamo solo cercando di ammorbidirla.

ma 05 : Avete una serie di progetti per persone non-vedenti “Design for Blind People”. Com’è nata questa volontà e

Come vi siete rapportati con un mondo apparentemente lontano dall’esperienza personale?

s: Eravamo ancora al terzo anno di università e ci conoscevamo da poco.

Tra le varie chiacchierate fatte al bar dell’università abbiamo riscontrato questa voglia in comune di voler realizzare dei prodotti per non vedenti, di porci la sfida di realizzare oggetti senza utilizzare l’estetica visiva e lavorando solo sugli altri sensi. Ci “promettemmo” di trasferirci a Milano e di lavorare su questo tema e lo abbiamo fatto. Per un anno abbiamo lavorato solo sul tema  “non vedenti” sperimentando nuovi materiali come il sapone, leggendo libri e facendo incontri con persone ipovedenti e cieche. Il risultato finale è stato una grande soddisfazione.

ma 06 : Nel vostro blog avete introdotto una futura e imminente collaborazione con gli amici di Contemporary Standard, potete dirci di più?

s: Non possiamo dire molto altrimenti Contemporary ci licenzia, lo sapete com’è quel veronese.

Stiamo lavorando ad un oggetto da usare durante le cene romantiche. Siamo a buon punto e a breve inizierete a vedere qualcosa. Ora ci cuciamo la bocca.

ma 07 : Quali sono le vostre ispirazioni contaminate? Non mi riferisco al mondo del design, ma a tutto il resto dalla musica alla lettura al surfing nella rete.

ernesto: E’ difficile poter fare una classifica, sono tante le cose che mi ispirano quotidianamente, dai gesti alle parole. Mi limiterò a dirti cosa in questo ultimo periodo mi sta accompagnando: l’ultimo disco dei Mogwai, l’inventore dei sogni di McEwan, la continua ricerca di immagini per aggiornare Tumblr, la paura di non riuscire e le chiacchierate notturne con Lorenzo.

lorenzo: Ho un debole per la bellezza che si trova in piccole porzioni di vita quotidiana. Eccovi 5 piccole porzioni da un giorno di gennaio: 2 righe di un testo dei 24 grana, una “maschera” di Maurizio Anzeri sulla quale sono inciampato per caso in internet, un “link” di Ernesto, un neo al posto giusto, Milano alle 4 di mattina raccontata da Faletti nel suo ultimo romanzo.