di Emmanuel Mouret

Certi film li sanno fare solo i francesi! Parlo di quei film delicati e teneri come un rosa cipria, pieni di un umorismo tutto confetti e macarons e di un gusto per il melodramma quasi silenzioso, soffice. Film che sono come operette classiche, al massimo per un quartetto d’archi. Come fossero le favole su musicassetta che ascoltavamo da bambini. Sembra che in Francia l’Amore sia risorsa nazionale, il tema preferito, romanticismo da bistrot che contagia col suo leggero snobismo da uno che dice “siamo un popolo intero di seduttori e femmine fatali, che ne volete sapere”.

Sembra pensarla così anche Emmanuel Mouret, dalla critica definito come il Woody Allen d’oltralpe, con questa deliziosa commedia sentimentale. Chiediamoci per un attimo assieme al regista che cosa è un bacio e quali conseguenze porta. Perché il suo film ruota tutto attorno a questa piccola stramba abitudine umana, che trascina con sé la nostra vita intera. E come poteva essere altrimenti, i baci veri li hanno inventati loro! Tuttavia le prostitute, anche quelle francesi, non dispensano baci svelando forse l’equazione che li vuole, più del sesso, responsabili dei nostri tumulti emozionali. Le prostitute non baciano sulla bocca i propri clienti, e forse non dovrebbero farlo nemmeno le amiche sposate ma in fondo, suvvia, è solo un bacio al proprio migliore amico in difficoltà.

Mouret riflette sulle conseguenze, a tratti comiche, ma in fondo sempre dolorose del tradimento che inizia forse sempre dal pensiero: solo un bacio! L’autore riesce a fare di un argomento leggero l’occasione per riflettere su un tema davvero profondo: costruiamo sempre la nostra felicità sulla sofferenza di qualcun altro? Eppure è difficile alzare il proprio dito accusatore su qualcuno in questo film, perché sia la moglie fedifraga (Virginie Ledoyen), sia l’amico goffo e apatico (lo stesso Mouret), sia il marito amorevole ma cornuto (il nostro Stefanò Accorsi), tutti agiscono come posseduti da un demone, Eros, e non si sa più a chi dare la colpa.

Il tutto avviene – ti piace vincere facile, Mouret! – mentre siamo cullati dalle note di Schubert, in stanze di zucchero e cannella dove le vesti dei protagonisti ricalcano i colori dei libri alle pareti e le inquadrature sembrano ritagli di quadri rinascimentali. Come in tutte le favole, ce lo insegnò Esopo, alla fine c’è una morale: l’amore (o se volete il destino, è la stessa cosa mi pare) è cinico e imprevedibile e forse scaturisce dallo scontro vorace delle labbra, nel corpo a corpo di una lotta di corpi, dove tutto è simile a una guerra. Con morti e feriti. Eppure non si riesce, proprio come i protagonisti, a smettere di guardare le labbra degli altri, fantasticando su come sarà quel bacio, forse perché in fondo è proprio in quello sciocco e poco igienico scambio di saliva che riusciamo a intravedere l’infinito.

Come si risolve questa difficile equazione? Con sulle ascisse l’etica e sulle ordinate il cuore? Il regista concederà agli amanti solo un bacio, sì, per favore, ma ad occhi chiusi e poi ciascuno per la propria strada, senza voltarsi mai, come Orfeo ed Euridice, perché è quell’istante in cui le bocche si separano e gli occhi si incontrano che dice tutto e cambia per sempre ogni cosa.