Ai tempi della sharing economy sempre più persone sono propense a condividere spazi, esperienze e oggetti. Alloggiano in case di estranei al posto delle camere d’albergo, noleggiano auto e bici cittadine invece di comprarle, condividono guardaroba e attrezzature varie. I più appassionati di cucina scelgono di condividere anche i pasti, trasformando le proprie case in home restaurant o supper club. Sì, perché convertire occasionalmente la propria casa in un ristorante oggi è possibile, ed è un fenomeno sempre più diffuso. Ma cosa spinge le persone a cucinare per degli sconosciuti? Tre cuochi di Roma, Londra, Stoccolma che hanno deciso di aprire un ristorante tra le mura domestiche ci raccontano la loro esperienza.

1. Cecilia Scaldaferri, cuoca, giornalista e autrice del blog Cecilia the Kitchen Witch.

Dov’è la sala da pranzo: in un piccolo appartamento nel quartiere Ostiense, Roma.

Cosa si prova a invitare sconosciuti in casa? «Sono sempre agitata. La prima volta è stata l’estate scorsa, quando ho avviato il mio blog di cucina. Aprire la mia casa agli estranei non è facile. Non so nulla di loro: chi sono, cosa fanno, cosa si aspettano da me. Apprezzeranno il mio cibo? Cosa penseranno della mia casa – che è, ovviamente, una parte di me, costruita con cura un pezzo dopo l’altro? È una sorta di esame… ma dura solo per pochi minuti, all’inizio della serata. Poi si rompe il ghiaccio, e di solito le cose vanno avanti molto bene. Troviamo la nostra strada, iniziamo a parlare, poi mangiamo e beviamo».

Cosa cucini di solito? «Chiaramente propongo delle specialità italiane nel mio menu. Ma la mia è una cucina rivisitata, prendo piatti tradizionali e li trasformo in qualcosa di nuovo. Ad esempio, una tipica lasagna però con asparagi, pinoli e limone. Mi baso sui prodotti di stagione. Vivo accanto a uno dei mercati più caratteristici della capitale, Testaccio, perciò la mattina faccio sempre una capatina per comprare gli ingredienti per la cena del giorno».

I tuoi ospiti possono accedere a ogni stanza della casa? «È tutto aperto, dato che abito in un piccolo appartamento di 45 m². Un ampio soggiorno è separato dalla cucina attraverso una parete-libreria, questa soluzione mi permette di chiacchierare con i miei ospiti e al tempo stesso cucinare senza che vedano tutto il caos tra pentole e fornelli. Oltre a questo ambiente, c’è solo la mia camera da letto con cabina armadio e un bagno. Quindi non ci sono muri per limitare le zone ai miei ospiti».

2. Luiz Hara, cuoco, scrittore e foodblogger.

Dov’è la sala da pranzo: in una casa vittoriana a Islington, Londra.

Perché hai avviato un supper club? «Ho lavorato come banchiere di investimenti nella City per molti anni, ma nel 2011 mi sono licenziato per seguire la mia passione per il cibo e il vino. Al tempo scrivevo già il mio blog, The London Foodie, e ho deciso di approfondire le mie competenze in cucina. Ho studiato cucina giapponese a Tokyo, poi sono tornato nel Regno Unito e mi sono laureato presso Le Cordon Bleu. Dopo queste esperienze volevo iniziare a mettere in pratica tutto quello che avevo imparato. Al primo evento vennero 14 persone. Da allora le cose sono cresciute sempre di più, ora ricevo 30 ospiti a ogni evento».

Cosa cucini di solito? «Il menu specifico è sempre una sorpresa per gli ospiti, di solito servo da 8 a 10 portate e il tema varia di volta in volta. Sono cresciuto a San Paolo con genitori giapponesi e italiani, perciò questo patrimonio alimentare mi ha sicuramente ispirato, soprattutto nella cucina giapponese, brasiliana e Nikkei [combinazione tra la cucina giapponese e quella peruviana]. Ma visto che ho studiato la cucina classica francese, a volte posso aggiungere anche qualche piatto di questo tipo».

Hai mai pensato di aprire un vero e proprio ristorante? «Ci ho pensato in passato, ma una delle cose più belle di un supper club è l’interazione sociale e la possibilità di conoscere nuove persone. E questo è ciò che li rende così diversi dai ristoranti, dove invece una conversazione con i commensali del tavolo accanto sarebbe considerata piuttosto inusuale. L’aspetto sociale è fantastico. È sempre soddisfacente vedere un gruppo misto di sconosciuti relazionarsi, scambiarsi i numeri di telefono e trascorrere un bel momento attorno alla mia tavola. Nel corso degli anni molti degli ospiti sono diventati miei amici».

3. Anna Nilsson, project leader in un’azienda di retail.

Dov’è la sala da pranzo: in un appartamento a Södermalm, Stoccolma.

Com’è stata la prima volta che hai invitato estranei per cena? «È stato un mix di emozioni contrastanti. Era il weekend di Pasqua, pochi giorni prima della cena un ospite, il primo a essersi registrato, ha dovuto disdire all’improvviso. Rimanevo solo io e un altro ospite. Non sembrava super eccitante, ma poi fortunatamente si è iscritta un’altra persona e ho pensato che il rischio che fossero due maniaci era piuttosto basso. Alla fine abbiamo trascorso una serata meravigliosa! Eravamo io, un personal trainer 27enne e un responsabile della comunicazione 53enne – tre persone molto diverse, unite dall’interesse per il cibo e dalla curiosità!».

Ci sono regole nel tuo supper club? «Prima di tutto nessuno è ammesso in cucina. Diventa abbastanza disordinata quando sto preparando la cena. Non è comune aiutare i camerieri per pulire il tavolo in ristorante, quindi perché lo si dovrebbe fare qui? Un’altra regola è che gli ospiti non devono mangiare se il cibo non è di loro gradimento. Pagano per la cena che cucino, quindi ognuno di loro può decidere se vuole mangiare o no. Poi nel posto di ogni commensale inserisco delle stelline scintillanti, gli ospiti devono accendere il bastoncino scintillante per avere la parola e cambiare argomento o dire la propria in una discussione».

Perché gli home restaurant sono diventati così popolari? «Da un lato credo che sia una reazione contro le chat e i forum online anonimi. Ora vogliamo incontrarci di nuovo nella vita reale! E godere delle occasioni in cui si possono incontrare nuove persone. Idealmente è facile uscire tra estranei, ma alla fine molti di noi vanno a cena solo con amici e conoscenti. Spero che sempre più persone scoprano il fascino di queste cene!».

Articolo a cura di Antonia af Petersens per Houzz – Cover di Amelia Hallsworth Photography