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Nel ’65 quel genio di Allen Ginsberg (che qualcuna di voi ricorderà –ahimé– per l’interpretazione di quel gran ragazzo di J. Franco in “Urlo” del 2010) s’inventò un’espressione fortunata, “Flower Power”, per descrivere e raccontare tutto quello che alla fine degli Sessanta stava succedendo. Nonostante l’impegno di molti ed una risonanza discreta, possiamo oggi dire che nel nostro Paese – nessuno me ne vorrà – l’azione generalmente più nota che avesse a che fare con le tematiche di Woodstock e della cultura hippie è stata quella dei Giganti con “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”; nulla da sminuire, sia chiaro, ma di certo la Penisola non ha rappresentato la base più importante del movimento in Europa. Ne ha raccolto, per così dire, un po’ d’eredità di facciata – cosa che qui facciamo sempre alla grande – soprattutto nel decennio successivo. Con pantaloni a zampa, scolli importanti, abiti fluidi ed organici, fantasie e stampe a fiori. Quelle che le vostre madri indossano nelle foto che avete visto al piano di sopra, per intenderci.

Il floreale è diventato insomma, in quel caso, l’espressione leggera e poco impegnativa di un nuovo modo d’essere; bandita la tinta scura, approvata parzialmente la tinta unica, il floreale lasciava spazio ad immaginazioni bucoliche e superficiali. Associati a linee morbide che lo stemperavano, il motivo trovava spazio negli atteggiamenti e nel savoir-faire delle indossatrici più disparate mentre il “fiore” – no, non sto esagerando – rappresentava tra le pieghe delle gonne un’allusione chiara e poco equivocabile. In parole povere, sto dicendo che un mucchio di mamme, probabilmente, avrà indossato all’epoca abiti tuttofiori ignorando l’origine della simbologia, il suo significato legato alla rivoluzione sessuale e – probabilmente – ignorando anche Pascoli e tutta la storiaccia del gelsomino (che, con mio sommo sbigottimento, ancora metteva in difficoltà la mia insegnante del liceo poco meno di 10 anni fa).

Dior - Haute Couture FW 10/11

Dior – Haute Couture FW 10/11

Ora è accaduto, come spesso accade, che certi temi – il floreale, per dirne una – siano tornati prepotentemente svincolati dalla contingenza storica ed (in questo caso) politica. Ho buttato giù un po’ di storia, un po’ di “etimologia dei fatti”, perché penso ancora che non si possa capire il presente se non ne si conosce l’origine, la motivazione; e perché penso ancora che sia divertente capire il perché delle cose. Anche se si tratta di capire perché una ragazzina di provincia compra un paio di leggings a fiori dopo averne visto un paio simile addosso ad Olivia Palermo.

In passerella il fiore non è mai scomparso, anzi. C’è da dire però che è tornato in scena in maniera vigorosa da un po’ più di un paio d’anni (qualcuno ricorda ad esempio “le donne tulipano” nella sfilata di Dior Haute Couture per la FW 2010/2011) e che la grande distribuzione ne ha iniziato a raccogliere i semi a suo tempo. Ricordo ancora il mio passaggio da Zara, nell’estate 2011, con migliore amica al seguito. Davanti ad un paio di camicie lei, che ha l’occhio del mestiere, mi aveva detto: “Vedi, iniziano a buttare dentro qualche pezzo a fiori per abituare l’occhio della gente…Così per la prossima stagione e per quella ancora dopo tutti saranno pronti a comprare”. L’avevo capito, me l’aspettavo, ma non con questa prepotenza. Voi sì? Credevate che centinaia di teenager avrebbero lasciato la sobrieta del fuseaux nero per avvolgere le proprie cosce magrissime in fantasie da salotto? Che signore dal doppio petto blu avrebbero optato per tailleur a fiori dalle tinte sgargianti? Avreste creduto che la stampa del divano di vostra nonna (sì, giuro, proprio lei) sarebbe diventata il motivo più venduto a 9,90 euro sugli scaffali di H&M?

Bershka - SS13 Collection

Bershka – SS13 Collection

Ci ho pensato su e un po’ di motivi li ho indagati. Ho letto da qualche parte (ad esempio qui) un po’ di spunti veloci che in parte condivido. Tra questi, quella per cui i fiori rappresenterebbero un’identità di genere, la riappropriazione di una femminilità negata dall’androginia fashionista (soprattutto degli anni’90, a mio parere) che affiancava nella corsa al futuro la virtualizzazione della realtà. Spingendosi un po’ oltre, cercando di capire dove sta la forza di una riproposizione di questo genere, mi chiedo: sono davvero femminili quei fiori snaturati e sformati sulle pance di signore non più in formissima? Sono portatori di una qualche identità di genere quei fiori e quei fogliami nei banchi sconto vicino alla cassa? Se li ritroverà qualcuno addirittura nei libri di Teoria della Letteratura, come è accaduto a me, mentre si parlerà di gendersex, annessi e connessi? Diciamo che più semplicemente tutti quei fiori sono un modo istintivo (ed inequivocabile) di categorizzarsi. Come le borchie (ne abbiamo parlato la scorsa volta) rappresenterebbero una certa trasgressione, assolutamente annullata poi dalla natura stessa della distribuzione, così i fiori rappresenterebbero dolcezza, femminilità, vivacità, colore. Come dire: “Guarda la mia maglia: sono colorata, femminile, allegra, sono felice, naturale”. Ma poi, sei naturale davvero? Ma a chi la dai a bere?

Il problema alla base – e qui, di nuovo, facciamo finta di appesantire il discorso – è che nessuno ha più la forza (e la capacità) di apparire allegro, floreale, nature senza che un pantalone o una maglia glielo suggeriscano. Nessuno di noi, insomma, è in grado di trasgredire o di apparire naturalmente naturale senza un aiutino. Questo non giustifica, come immaginerete, il mancato senso di autocritica che alberga e si diffonde un po’ ovunque; in particolar modo, la non comprensione di quello che più ci si addice e di quello che – invece – ci penalizza (v. leggings di cui sopra, per dirne una). Io sono per i bei temi e i fiori li apprezzo, soprattutto d’estate; il colore cambia il modo di vedere le cose ed è per questo che anche il floreale diventa un buon modo di alleggerirsi, un po’ in tutte le occasioni, soprattutto con la bella stagione.

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La nostalgia che però si portano in spalla certi temi svincolati, e riutilizzati a dovere, pesa un po’ sull’uso snaturato del must have: negli anni ’70 qualcuno avrà indossato un abito a fiori, anche ignorando tutto quello che rappresentava implicitamente (emancipazione, femminilità, autonomia), ma avrà avuto un proprio senso. Oggi l’unico senso che si riesce a cogliere (andando ben oltre i fiori) è solo quello del cattivo gusto diffuso. E no, in quel caso non esiste Flower Power che regga.