Agyness Deyn

Signorine e non all’ascolto, iniziamo questa nuova rubrica chiedendovi di mettervi comode e di condire la vostra lettura con un paio di ingredienti indispensabili: l’ironia (che qui – e nella vita – rimane una cosa fondamentale) ed il senso critico (anche quello, sapete, non scherza mica). Ci dedicheremo ai must di stagione prendendoli in giro, prendendoci in giro, cercando di capire con leggerezza come è accaduto che qualcosa (di terribile? Di insolito?) sia diventato un “must have”.

Spiegandoci in parole povere, qual è il percorso mirabolante che un oggetto compie lungo il viale dell’affermazione? Quale il suo potere intrinseco? La risposta – semplice – ha a che fare con giornali, testimonial, web, promo, marketing virale. Ma andando oltre e tornando al principio, come fossimo stesi nella notte dei tempi, chi ha deciso che quel pezzo sarebbe diventato indispensabile per la stagione, per la giornata, per la vita? Avete mai pensato a quanto le scelte altrui influenzino, involontariamente, la vostra immagine? E a quanto il “must” sia l’espressione più tristemente evidente di questo processo? E se sì, e soprattutto se vi ritenete delle tipe originali, riuscite a convivere con questo senso di sudditanza e passività fashionografica? No, non ci riuscite. O ci riuscite malamente. Gli intenti di differenziazione sono buoni, lodevoli, ma no – neanche quelli – non sono reali; qualcuno ha previsto anche per voi, ribelli dell’armadio, dei capi cult. Anche la vostra (e la mia) insofferenza da capo mainstream è stata programmata a tavolino e non ne usciamo, non ne usciremo. (IN)consapevoli tiriamo a campare, come direbbe qualcuno apostrofando un po’ di spicciola saggezza popolare.

©Zara - FW/13

©Zara – FW/13

Presa coscienza della base inequivocabile del discorso, oggi iniziamo con l’analisi di un classico, un evidentissimo e fantasmagorico classico della stagione che volge al termine. Rimarrà ancora un po’ (così dice qualcuno dando uno sguardo alla folluinter 13/14) e piano piano, in sordina, ci lascerà come tutti i must di stagione; quelli che torneranno un giorno lontano, con fatica, negli armadi dei figli e dei nipoti. Oggi parliamo delle borchie: un incubo in grado di metallizzare persino l’esistenza di signore a modo tutte pizzi e merletti, una riconversione tematica di non poco conto. Non si accettano menzogne: alzi la mano chi non ha comprato nei mesi scorsi qualcosa con le borchie. La alzi e me la schiaffi in faccia, se ne ha il coraggio. Le borchie sono apparse ovunque. Le modalità di apparizione sono da indagare; i supporti fisici borchiati lo sono ancora di più. Poderoso il mio mea culpa: in poche settimane, mesi fa, ho comprato una giacca, ho comprato una camicia, ho comprato un’altra camicia, ho comprato dei tronchetti, ho comprato di sicuro qualcos’altro. E tutte queste cose – sì – avevano in comune delle applicazioni con borchie. Direte: “Perchè l’hai fatto?”.

– La ragazza io l’ho preso prima di tutti risponderà: “L’ho fatto perché ho iniziato quando tu nemmeno sapevi che esistessero le borchie, perché dentro ho i Joy Division e sono l’alternativa valida alla vostra pochezza, perché sto male a vedervi tutti uguali, sto male nella vita perché la vita è triste. Per questo quando avete iniziato a comprare, io ho smesso di indossare.”

– La giovane di tendenza dirà: “Zara aveva delle robe troppo carine a prezzi troppo abbordabili, perché quelle sono robe che compri ma non ci spendi troppo. In fondo volevo cambiare ‘sto look bon ton perché tirano più due borchie che un carro di buoi, perché ho conosciuto un tipo diverso e secondo me con due borchie gli piaccio di più.

– La tipa da copertina (a patto che conosca la parola “reinterpreto”) dirà: “Perché io porto il must di stagione a modo mio, lo reinterpreto, lo rendo più easy”.

– La teenager galoppante dirà: “Perché l’ho visto sui giornali, perché erano ovunque, perché averle è figo e mi trucco di  brutto e sembro più grande ma questi sono dettagli e io al momento non penso ai dettagli, i dettagli saranno importanti solo poi”.

– La signora attempata dirà: “Per svecchiare, perché sì, un tocco giovane, una rinfrescatina… Ce le hanno tutti, perché non dovrei io? Perché non dovrei potermele permettere?”

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Fingendo di appesantire il discorso, riflettiamo sul senso del passaggio, riflettiamo sul potere della democratizzazione modaiola: qual è il senso di una borchia, adesso? E qual era il senso della stessa borchia, due anni fa? E trenta anni fa? Mi sono chiesta una roba del genere l’altra sera: andavo via da un aperitivo all’aperto ed una tipa – corpulenta e di dubbio gusto – indossava la brutta copia di una mia giacca borchiata (il fatto che fosse la brutta copia, ovviamente, non alleggerisce il peso della mia tacita responsabilità nel discorso). Lo faceva mentre si dimenava su un tavolo di legno in malo modo. Chiaramente, non ho più indossato quella giacca tanto è stato grande lo shock. Improvvisamente ho pensato: come può essere successo che dai ‘70 la ribellione borchiata si sia catapultata qui, sulle spalle scomode di questa tipa ignara? Come è accaduto? Cosa ne sa questa qui del punk, del rock e dei centauri? Se le chiedo cos’è una Harley mi capisce? No ragazze, no. Non mi capisce. E badate bene: io non capisco nulla di Harley e del punk non mi piace proprio tutto, anzi. Ma ho in mente una mezza rivoluzione del gusto (e del costume) che ha cambiato degli anni; anche con la moda, certo, anche con la prima Westwood e con la sua intuizione, con un simbolo (in questo caso le borchie) come marchio di fabbrica.

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Ma il senso (su cui dovremmo aver riflettuto) dov’è?

Sul cambiamento dello status dell’oggetto, sul processo di sedimentazione che agisce (passatemela) addirittura a livello semantico. C’è gente che per passione da decenni mette su roba con le borchie: soprattutto giacche in pelle, stivali. Fa tutto parte anche di un’altra cultura, spesso legata al mondo dei riders; fino ad un paio di anni fa questa gente era “metallara”, tendenzialmente snobbata. Poi sono arrivati una decina di servizi su qualche rivista di grido (robe di facile presa a mo’ di “sentiti rock”, “cattiva ragazza”, “punk attitude”) ed un branco di novelli Sid Vicious ha iniziato questo rito di metallizzazione obbligata, forte di un certo cattivo gusto e di una voglia di “trasgressione” inconscia cavalcata da qualche ufficio marketing lungimirante.

E il risultato qual è stato? Che noi siamo rimasti anni luce lontani dalla trasgressione, quella vera. Che i veri punk, i veri rockers, ci hanno deriso (prendiamone atto) e hanno quasi avuto il rigetto di quei simboli inflazionati (borchie incluse) così massivamente snaturati. Ci abbiamo provato, volevamo sentirci ribelli, volevamo sentirci diversi, volevamo sentirci so seventies, so bad. Ma non ce l’abbiamo fatta. Quegli anni ’70 – no – non torneranno mai.

É inutile: trasgressori si nasce.