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Il teatro è vita, la vita è teatro. L’abbiamo detto molte volte in questa rubrica, perchè quando il Cinema parla di teatro, fa il teatro, la finzione e la realtà si mischiano in un gioco di specchi incredibilmente affascinante. Olivier Assayas dirige una splendida Juliette Binoche in una pellicola che riflette la morsa del tempo nella metafora lieve di un branco di nubi che volteggia su un incontaminato valico di montagna, stringendolo tra le sue spire.

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Ad una prima lettura vi è un’attrice giunta alla maturità alle prese col remake della pellicola che l’aveva portata al successo vent’anni prima. All’epoca l’attrice ancora acerba interpretava la giovane irresistibile prediletta di una matura donna di successo, che crolla sotto il peso del fascino della giovinezza fino a divenirne schiava e a morirne poi.
Oggi i ruoli si ribaltano e giunge l’ora di interpretare l’altra faccia dello specchio, quello che s’affaccia sulla decadenza, quello che s’innamora di ciò che ha perduto.

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C’è poi un secondo piano, che ricalca il primo, la vita fuori dal palcoscenico: un’attrice giunta alla maturità, isolata in un incontaminato valico di montagna con la sua assistente, giovane, bella, moderna. Provano le battute, non si sa se per finta o per davvero. Il teatro sconfina e si fa vita vera, i ruoli si confondono, l’adulto resiste, cede, resiste al fanciullo. Il fanciullo scalpita, provoca, incalza perché è quello il suo ruolo.

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Il tempo è una nebbia mobile, che soffoca ogni intenzione in un’alba gelida. Il tempo, tiranno, ci rende invidiosi di quello che siamo già stati, ci fa dimenticare il passato, ci sbatte in faccia un presente che fugge, che non esiste nemmeno davvero. “Tu non hai età, sei fuori dal tempo” questo è il più bel complimento che si possa rivolgere a una donna. E non è un caso se il film parla tutto di donne, è intriso di femminilità fino all’ultimo fotogramma.

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Siamo noi le più fragili, perdute nella nebbia. È nostra la guerra aperta con l’orologio. Tic-tac-tic-tac. Una bomba ad orologeria. Se pure siamo state giovani e belle, se pure abbiamo sedotto e siamo state amate, non smettiamo di rimpiangere la sicurezza di uno sguardo innocente, il momento in cui tutto era possibile. La nostra debolezza è innamorarci di quello che siamo già state, di quello che abbiamo perduto. A cercarlo tra le montagne in un covo di nubi, tra le spire di un serpente maledetto perdiamo il giorno e la notte e dimentichiamo che nei nostri occhi stanno tutte le età, ad ogni istante.

A Sils Maria si rifugiò Nietzsche. A Sils Maria va in scena l’Eterno Ritorno, la circolarità del tempo, che rincorre se stesso come un serpente insegue la sua coda.