Sotto il nome d’arte General Elektriks si nasconde Salters ‘RV’ Hervé.

Tastierista francese dal talento indiscutibile, appassionato di organetti vintage e altre diavolerie. In quel di Parigi collabora con Femi Kuti e DJ Mehdi, poi si trasferisce a San Francisco nel 1999 dove viene a contatto con la crew Quannum, gente come Blackalicious, Lyrics Born e DJ Shadow, tanto per intenderci. Da questa esperienza nasce il suo primo album solista “Cliquety Kliqk” del 2003, stretto antenato dell’ultimo formidabile lascito “Good City For Dreamers”, album che fonde melodie pop, hip hop beats, arrangiamenti perfettamente elaborati ad uno scintillio tutto digitale ma dal sapore vintage. Un disco fieramente pop e fatto “di canzoni”, appiccicosissime che ti stendono dal primo all’ ultimo pezzo e delle quali è impossibile non invaghirsi sin dal primo ascolto. Hervé è un ragazzo innanzitutto innamorato del suo synth, suonato nel disco in ogni modo, forma e colore, invaghito del basso e della cassa/rullante di matrice Funky da colonna sonora anni ’70, anestetizzato dai new romatics d’inizio ’80 e cresciuto con il French Touch che fece la fortuna di tanti artisti suoi conterranei sul limitare dei ’90! Il tutto però suona tremendamente 2010.

Il culo non ti sta fermo neanche con il vinavil quando passa nel lettore il groove killer di “Take Back The Instance”, la prima traccia del lotto. Il fischietto di “Raid The Radio” non te lo levi neanche con il vetriolo e il suo ritornello è la cosa più autenticamente pop che si sia udita negli ultimi anni. In “You Don’t Listen” siamo nei territori del Beck di “Midnite Vultures”. A Hervè piace princeizzarsi spesso e volentieri (You Don’ t Listen) e dà voce a sinuose e lisergiche ballatone come “Cottons of Inertia”, “Little Lady” ed “Engine Kick” tre pezzi intimisti, accattivanti e sessofonici (scusate il neologismo, ma ci sta tutto) che sono come mele caramellate, orchestrati alla perfezione, in cui il synth/piano – che sembra un clavicembalo stile Fiery Furnaces – e gli archi tengono le redini delle canzoni. “David Lynch Moments” scortica gli Eurytmics e, incupendoli, li rende paradossalemte più solari. Illuminante la traccia con cui si chiude l’album “Rebel Sun”, pregna di sonorità che vengono direttamente dagli anni ’50 e diventano iper contemporanee sotto le grinfie di Salters.

In giro se ne sono scritte tante su questo album che sebbene sia passatista, volutamente piacione, leccato, ammicante e registato alla perfezione, è e rimane un gran bel disco. “Troppo mainstream”, “esageratamente pop e easy listening” si legge qua e là. Così mainstream che non è per niente facile da trovare in giro e la sua uscita è passata totalmente in sordina. Tanto per fare esempi, vogliamo forse fare una colpa ai Coen di “L’uomo che non c’era” per aver fatto un film troppo “perfetto” e algido o ai Beatles perchè erano troppo pop?

“Good City For Dreamer”s finirà dritto e di diritto nelle nostre classifiche degli album del 2010. Se volete fatecene pure una colpa, ma prima guardate e ascoltate “Raid The Radio”.


Voto 29/30

Scritto a quattro mani con OfO.