Introduzione

Il viaggio di questa seconda edizione di Senza Rossetto non poteva chiudersi in maniera migliore con un focus sul fenomeno più ignorato, più comune e più fastidioso: il mansplaining. Ne avevamo raccontato la fenomenologia un anno fa con la nostra breve guida e il punto di partenza era stato Men Explain Things to Me, un saggio di Rebecca Solnit. Cosa è cambiato in quest’anno? Più consapevolezza sul problema, certo, ma non bisogna mai smettere di sensibilizzare sulla questione. No, non inneggiamo alla rivolta contro l’uomo saccente, alla risposta sgarbata ad ogni tentativo di avvicinamento da parte di un essere di sesso maschile. Riconoscere e combattere il mansplaining significa acquisire consapevolezza: una donna può essere preparata, sveglia, pronta e professionale quanto un uomo. Allo stesso modo, una donna può avere bisogno di spiegazioni e delucidazioni, anche in questo caso tanto quanto un uomo. Ciò vuol dire che non è che in quanto donne abbiamo bisogno sempre e comunque di suggerimenti, spiegazioni e monologhi maschili. E questo implica che nel momento in cui parte la spiegazione non richiesta, la prevaricazione o il paradosso, come nel racconto esemplare di Ester Armanino nel podcast di Senza Rossetto, le donne devono imparare a riconoscere il mansplaining e interromperlo, per insegnare agli uomini che se abbiamo bisogno della loro preziosa sapienza glielo chiederemo.

Impariamo a reagire, senza dimenticare di mantenere l’umiltà e la voglia di imparare da donne e uomini più sapienti di noi, ma consapevoli della nostra cultura e professionalità. E le piccole rivalse del podcast? Concediamocele e gustiamole fino in fondo.

La quinta puntata di Senza Rossetto

Ascolta “L’uomo che spiegava le cose, di Ester Armanino – Senza rossetto, s02e05” su Spreaker.

Il dietro le quinte

Mentre siamo sedute in macchina ad aspettarla fuori dalla stazione di Milano Centrale, Ester Armanino ci manda via Whatsapp l’incipit di “Memoria di ragazza” di Annie Ernaux: “Il mio treno è in ritardo, mentre mi aspettate potreste leggere questo incipit molto bello”. È uno dei primi giorni caldi del maggio passato, noi facciamo aperitivo con birra e patatine in macchina per non lasciare il nostro posteggio precario mentre il treno di Ester è bloccato in un qualche posto dell’hinterland milanese di cui ormai a distanza di mesi non ricordiamo nemmeno il nome.

Ci sono esseri che sono sommersi dalla realtà degli altri, dal loro modo di parlare, accavallare le gambe, accendere una sigaretta. Invischiati nella presenza degli altri. Un giorno, o piuttosto una notte, sono trascinati nel desiderio e nella volontà di un unico Altro. Ciò che credevano di essere scompare. Si dissolvono, e guardano il proprio riflesso agire, obbedire, trascinati nel corso sconosciuto delle cose. Sono sempre in ritardo sull’Altro, sulla sua volontà costantemente avanti di una mossa. Una volontà che non raggiungono mai.

Il racconto che Ester registrerà con noi parla proprio di questo, di quello che siamo o cerchiamo di essere agli occhi degli altri. In questo caso di quello che siamo noi donne agli occhi degli uomini. In particolare, parla di mansplaining ovvero il «provare piacere nel dare spiegazioni arroganti e imprecise, offerte con l’assoluta certezza del proprio avere ragione, perché in questa conversazione tu sei l’uomo», secondo la definizione di Urban Dictionary. Noi donne siamo deboli, da proteggere, compiacenti ma anche capricciose, sempre un po’ più ingenue e un po’ più stupide e se non lo siamo, siamo sorprendentemente simili all’uomo: abbiamo le palle.

“Sei stressata, non sei lucida”, “Sorridi, sei sempre così seria!”, “Sei troppo emotiva”, “Ti proteggo io”.

Tutte noi, prima o poi, abbiamo subito mansplaining.

Il treno di Ester non sembra voler ripartire, decidiamo di andare a prenderla in macchina, sono giusto 40 minuti di strada. Ma nessun problema per noi donne che “abbiamo le palle”. Matteo, il produttore di Querty, nonché fonico per questa serata si unisce a noi: andare a prendere Ester diventa una missione che portiamo a termine grazie anche all’aiuto del tema di Indiana Jones sparato dallo stereo. Ormai si è fatta ora di cena, sulla via del ritorno ordiniamo delle pizze per quando saremo in studio e ci mettiamo a chiacchierare.

“Lì per lì volevo scrivere un racconto di una donna con le palle, quindi come erano fatte queste palle? Mi immaginavo una cabina armadi piena di palle che lei sceglieva per abbinarle ai vestiti ogni mattina. Poi però documentandomi meglio è arrivato lo spunto molto interessante del mansplaining di cui avevo già letto e sentito parlare, così è scattato il cortocircuito che mi ha messo sulla via di una storia” ci racconta Ester quando le chiediamo come sia nato il suo racconto. “Volevo raccontare qualcosa che fosse legato al mondo femminile ma dall’altra angolazione: quella maschile. Quando l’ho spiegato ai miei amici maschi per far capire loro cosa si intendesse con questo termine, la loro prima reazione è stata ‘eh, ma anche mio padre, anche mio zio, anche mio nonno si comportano così, perché sanno tante cose e quindi me le spiegano per tramandarmi il loro sapere’. Giusta osservazione ma non era proprio la stessa cosa.

Stavamo parlando di una spiegazione non richiesta, paternalistica, da ‘uomo’ in quanto tale.

Quindi, vista questa differenza sottile, ho pensato che il modo migliore per affrontare il tema fosse farlo dal punto di vista meno consueto. Da donna che ha subìto mansplaining – tutte subiamo mansplaining – il taglio più originale era mettermi nei panni dell’uomo che ti spiega le cose. Da qui, il titolo del mio racconto”.

Ester Armanino si divide fra la carriera di scrittrice (ha all’attivo due romanzi, l’ultimo “L’arca” edito per Einaudi nel 2016) e quella di architetto, che svolge a Genova. Difficile immaginare che sul lavoro un architetto donna e giovane come lei non sia stata vittima di mansplaining.

“Eppure, adesso che so riconoscere il mansplaining e posso valutare gli episodi del passato, mi vengono in mente soprattutto momenti nel campo dell’editoria. Per esempio più volte mi sono sentita dire “sei bella” anzi che “sei brava a scrivere” (soprattutto dalle donne). E le volte che l’ago della bilancia pendeva sul “brava”, chi mi stava lodando (un uomo, di solito) ha sentito comunque il bisogno di spiegarmi spontaneamente come avrei dovuto fare per esserlo ancora di più. Ad ogni modo anch’io ho fatto qualche paternalistica.

“Le donne tra loro fanno mansplaining senza nemmeno rendersene conto, è uno dei tanti atteggiamenti che abbiamo metabolizzato e ormai consideriamo normali”

ammette Ester. “Forse in un paese come l’Italia il mansplaining è uno dei mali minori, certo, ma parlarne aiuta a riconoscerlo: se il meccanismo è chiaro, allora possiamo evitarlo”.

Le pizze arrivano, ceniamo velocemente mentre parliamo di libri, di scrittura, di lavoro e di tutte le volte che – nonostante i nostri titoli di studio – ci hanno chiamate “signorina” invece che “dottoressa”, “architetto”, “ingegnere”. “Recentemente qualcuno mi ha chiesto perché io dica architetto e non architetta. Hanno ragione, è meglio abituarsi a esercitare un diritto grammaticale che ne porta con sé molti altri, ma c’è una questione ancora precedente da risolvere, ovvero l’essere chiamata architetto e non signorina” conclude bene Ester.

Registriamo la puntata mentre su Milano cala la sera, salutiamo Ester con la promessa di rivederci il weekend successivo a Torino per il Salone del Libro e la lasciamo a casa di Matteo, dove sarà ospite per la notte. La mattina dopo ci svegliamo con un altro messaggio Whatsapp: “Matteo per colazione mi ha fatto un frullatone rosa come Senza rossetto”.

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Introduzione di Alessia Ragno
Cover illustrata: Lineette per Senza Rossetto

Dall’archivio

Senza rossetto, la presentazione

Senza Rossetto, Puntata 1 – Il lavoro delle donne raccontato da Giulia Blasi

Senza Rossetto, Puntata 2 – La maternità raccontata da Arianna Giorgia Bonazzi

Senza Rossetto, Puntata 3 – Il corpo raccontato da Elena Stancanelli

Senza Rossetto, Puntata 4 – “Almeno chiudi quelle gambe” di Ilaria Gaspari

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