Introduzione

Il corpo femminile è un terreno di battaglie perenni e con obiettivi ben precisi: l’eterna giovinezza e la perfezione. Non si tratta più solo di inseguire i canoni di bellezza di copertine photoshoppate, le donne sono diventate troppo furbe per quello, ma piuttosto si è arrivati ad una consapevolezza malsana e pericolosa per la quale solo determinate caratteristiche possono preservarci dalle critiche, dalle categorizzazioni, dall’umiliazione del non essere all’altezza. Come nel racconto “Trent’anni” di Elena Stancanelli, protagonista di questa puntata di Senza Rossetto, le donne indagano le proprie forme, vanno a caccia di difetti e dopo la soglia del trentesimo anno di età cominciano a contare danni e cedimenti in una sorta di bollettino di guerra involontario, ma inesorabile.

Perché tanto accanimento? Perché è così normale valutare minuziosamente il corpo delle donne e  la sua evoluzione? Perché si valuta ossessivamente un sovrappeso, un dimagrimento, una non conformità all’ideale comune? Non ho una risposta, ma una storia da raccontare.

Roxane Gay è una scrittrice e saggista americana, famosa per il suo saggio Bad Feminist (ve lo abbiamo presentato nelle Regole della brava femminista). In uscita in America il suo nuovo libro, Hunger: A Memoir of (My) Body, un racconto di lotte con il proprio corpo diventato una trappola coltivata col cibo. Roxane racconta, in poche parole, cosa vuol dire essere sovrappeso seppellendosi in un guscio di fragilità per essere invisibili agli altri.

Roxane ha affrontato il tour per presentare il suo libro, fino ad arrivare al network australiano Mamamia che la accoglie nel suo podcast con queste premesse: 

“Will she fit into the office lift? How many steps will she have to take to get to the interview? Is there a comfortable chair that will accommodate her six-foot-three, ‘super-morbidly obese’ frame?” 

Sì, avete letto bene. Gli autori si chiedono se Roxane riuscirà ad entrare nell’ascensore dell’ufficio.
Perché prendersi questa libertà? Perché questa cattiveria? Ma soprattutto,

perché è così importante valutare di una donna la taglia, in questo caso, oppure la sua giovinezza, il suo modo di vestire o le sue rughe?

Ed è così che da questo racconto torniamo a quello protagonista di Elena Stancanelli: fino a quando ci diranno che siamo sovrappeso, troppo magre, troppo vecchie, troppo inadeguate, il nostro obiettivo allo specchio sarà quello di arrivare alla soglia dei 30 anni, “l’invisibile occhio del ciclone”, e guardarci allo specchio con sospetto e rassegnazione per valutare insieme i danni del tempo. E poi inseguire il mito della forma e della perfezione, chissà, magari con lunghe e noiose sedute di pilates.

La terza puntata di Senza Rossetto

Ascolta “Trent’anni di Elena Stancanelli – Senza rossetto, s2e03” su Spreaker.

Il dietro le quinte

Elena la incontriamo a Milano in occasione di Tempo di Libri, riusciamo a ritagliare qualche ora per registrare il suo racconto fra i mille eventi che la impegnano in questi giorni. Lei è un’autrice affermata, con molti libri alle spalle, famosa anche fra il pubblico meno appassionato alla letteratura dopo la candidatura del suo ultimo romanzo (La femmina nuda, La nave di Teseo) al Premio Strega dello scorso anno.

Davanti a noi abbiamo una donna adulta, sicura di sé, che non fatica a raccontare il rapporto con il proprio corpo e cosa significhi invecchiare, senza vergogna, con la stessa leggerezza con cui entra in studio, si toglie le scarpe e siede davanti al microfono. Elena legge, interpreta, e mentre lei parla noi guardiamo il nostro corpo e ci interroghiamo. L’effetto prorompente del suo racconto è quello di farci perdere qualsiasi fiducia in noi stesse: presto anche noi avremo trent’anni, cosa cambierà allora? Saremo più donne? Saremo diverse? Inizieremo a invecchiare? O più semplicemente ci lasceremo ossessionare dal nostro aspetto?

“Trent’anni è il perno attorno a cui ruota la nostra esistenza allo stato attuale, nell’occidente capitalista – dice Elena – è l’età in cui si smette definitivamente di crescere, ma non si è ancora iniziato a invecchiare. Il picco della nostra esistenza, ecco perché ho scelto di raccontarlo”.

Quando l’abbiamo contattata per coinvolgerla nel progetto Elena ha accettato subito, senza esitazioni. “D’accordo allora scrivo un racconto sul corpo” ha risposto quasi simultaneamente all’invio della nostra mail. A noi non sembrava vero. Ora che siamo insieme ci racconta che nella sua idea anche questo pezzo rientra in una serie di cose che sta scrivendo, contenuto in una cartella del suo pc che ha intitolato “La forma”, in cui cerca di indagare la totale innaturalezza dei cambiamenti che riguardano il fisico.

“La cura del nostro aspetto e del nostro corpo non è più divertente dopo una certa età, anzi, diventa mortificante.Un esercizio a cui dedichiamo più tempo del necessario e che racconta molto della nostra società”

ci mette in guardia. “Non credo che dipenda solo dall’età, tutto è diventato agonistico e maniacale fin da quando siamo ragazzini, e non credo nemmeno che quest’ansia del giudizio del proprio corpo sia prettamente femminile o contemporanea. Quando esci dall’adolescenza sei portatore di una performance che qualcuno deve giudicare, è sempre stato così. Forse per gli uomini è addirittura peggio, perché sono biologicamente portati per essere performativi”.

Vero è, però, che il pilates – pratica attorno a cui ruota il racconto Trent’anni – è un’attività nuova, contemporanea. Uno sport che non può neanche essere considerato tale, che non ha nulla di ludico o edificante, anzi che parte da un assunto mortificante, ovvero: “Tu (la tua postura, il tuo modo di camminare, muoverti, stare) sei sbagliata”.

“Beh il pilates rientra nel grande mito di questi anni, il mito della purezza: dal non mangiare nulla della catena alimentare che tu non sappia governare all’ossessione contro tutto ciò che è artificiale”

ammette Elena.  “Queste cose mi incuriosiscono in quanto scrittrice, ma mi fanno orrore come essere umano. Sono un sintomo della nostra civiltà”.

Le chiediamo se secondo lei la difficoltà di relazionarsi e la vergogna nel parlare apertamente del proprio corpo per una donna siano anch’essi sintomi del nostro tempo, pensando a una scena molto forte de La femmina nuda, in cui la protagonista osserva la propria vulva praticamente per la prima volta quasi alla soglia dei quarant’anni.

“Non lo so. Per me non è difficile parlare del corpo, è un modo per prendere consapevolezza. La cosa peggiore è l’incoscienza, l’idea di non guardarsi per niente. Tutti guardiamo tutto costantemente, come si fa a non guardare sé stessi? Non farlo è artificiale, è qualcosa di imposto”.

È inevitabile, non possiamo non chiederle se e quanto lei giudichi il suo aspetto. Lei ci guarda con l’aria un po’ compassionevole di chi la sa più lunga ma anche del un giorno capirete e ci dice “Dovete distinguere tra aspetto e corpo. Se parlate di aspetto come avvenenza, bellezza, allora non lo faccio. Se mi state chiedendo quanto io prenda coscienza di me stessa attraverso il mio corpo, la risposta è al 100%”.

Tra una telefonata alla dog-sitter e un’altra al suo editore, accompagniamo Elena alla metropolitana. Mentre lei ci saluta con gli auricolari già nelle orecchie, noi stiamo pensando a quando saremo a casa, davanti al nostro specchio a controllare da vicino la fronte, gli addominali interni e l’attaccatura dei capelli.

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Introduzione di Alessia Ragno
Cover illustrata: Lineette per Senza Rossetto

Dall’archivio

Senza rossetto, la presentazione

Senza Rossetto, Puntata 1 – Il lavoro delle donne raccontato da Giulia Blasi

Senza Rossetto, Puntata 2 – La maternità raccontata da Arianna Giorgia Bonazzi

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