Introduzione

Trovo la definizione orologio biologico intrinsecamente crudele, l’espressione più pura della discriminazione sessista che la donna subisce. Come in un romanzo di Margaret Atwood, l’idea che l’unico scopo della donna e della sua intera esistenza sia quello di procreare e provvedere ai bisogni di figli e famiglia ci opprime e riduce di molto le opzioni tra cui scegliere per la nostra vita. Che si scelga di avere uno o più figli o che, al contrario, si decida di aspettare e, magari, non averli mai, c’è sempre la società che ti ricorda dell’orologio biologico e di come si avvicini inesorabile il “troppo tardi”. Per cui non puoi fare figli dopo i 35 perché sei troppo vecchia e sarebbe una scelta egoista, ma se ti azzardi a dire la funesta frase

No, io per ora non ne voglio figli

sei un mostro, una insensibile, una donna destinata ad essere incompleta, sola e triste per il resto della sua vita. Nel momento in cui scegli di avere un figlio c’è un tripudio sessista di “Incinta sei più bella, sarà l’amore più grande della tua vita” come se i figli non fossero fatti anche dai papà e come se, in fondo, fossimo solo contenitori belli di vite più importanti della nostra.

Quando poi una donna sceglie di essere consapevolmente madre e, in totale onestà, mostra le fragilità che la maternità comporta (la stanchezza mentale e fisica o anche solo il bisogno di staccare ogni tanto) mettendo in discussione le politiche sociali a supporto della sua scelta, ecco che si cade nell’altro classico:

Sei una madre degenere, non ami abbastanza i tuoi figli

Perché in fondo, siamo sincere, siamo state programmate per fare figli e occuparci di loro e la nostra individualità andrà sempre in secondo piano. Me lo chiedo da sempre: può l’amore per i propri figli coesistere con l’amore verso noi stesse?

Possiamo sperare di scegliere il nostro futuro, mamme o no, senza l’incombenza dell’anatema definitivo “Prima o poi rimpiangerai di non avere avuto un bambino” che ci prospetta una vita in solitudine e tristezza?

Il racconto di Arianna Bonazzi mi stringe il cuore con il suo finale dolce e amaro per me, romantico e pieno d’amore per altre, dipende dalla propria esperienza di vita. Ma questo podcast insegna sicuramente una cosa: c’è una ragione per le scelte di ogni donna e quello che dobbiamo imparare è rispettarle senza questioni. Non ci sono soluzioni immediate, ma c’è di sicuro una opzione:

dare la libertà di scelta alle donne senza pretendere di sapere cosa è più giusto per ognuna e supportarle nel loro percorso di essere umani, lavoratrici e mamme.

La seconda puntata di Senza Rossetto

Ascolta “Daria di Arianna Giorgia Bonazzi – Senza rossetto s2e02” su Spreaker.

Il dietro le quinte

C’era alla periferia della minuscola città, un vecchio giardino in rovina; nel giardino sorgeva una vecchia casa, e nella casa abitava Pippi Calzelunghe, Aveva nove anni e se ne stava lì completamente sola; non aveva né mamma né papà, e in fin dei conti questa non era una cosa atroce se si pensa che così nessuno poteva dirle di andare a dormire proprio quando si divertiva di più o propinarle l’olio di fegato di merluzzo quando invece lei desiderava delle caramelle.

Pippi è una ragazzina che vive da sola, accompagnata da un cavallo, una scimmietta e un topolino; che affronta la vita con allegria e ribellione, diventando, di conseguenza, l’eroina di tutti i bambini e questo è l’incipit della sua storia nel libro che l’ha resa uno dei personaggi più noti della letteratura per l’infanzia. A inventare la figura di questa bambina coraggiosa e allegra, Astrid Lindgren, la cui biografia fa anche parte di Storie della buonanotte per bambine ribelli.

“Quella di Astrid Lindgren è una delle storie a cui tengo di più all’interno del libro, proprio perché rappresenta una scrittrice che ha portato la figura della bambina ribelle nella storia della letteratura con tutti i suoi personaggi femminili, a partire dalla più nota: Pippi”. A parlare è Arianna Giorgia Bonazzi, la seconda autrice scelta da Senza rossetto. Arianna è una scrittrice che ha lavorato a molti libri per l’infanzia e ha collaborato alla ricerca delle storie per l’ormai celebre libro di Elena Favilli e Francesca Cavallo.

Se con Giulia Blasi abbiamo parlato di donne e lavoro, con Arianna vogliamo concentrare la nostra attenzione sulla maternità, sulla domanda che intorno ai 30 anni ci sentiamo insistentemente rivolgere:

“Quando ce lo fai un nipotino?”

Arianna scrive spesso di parenting, mettendo al centro del racconto la sua esperienza di madre di due figli. Articoli che spaziano dai gruppi WhatsApp dei genitori alla necessità di essere multitasking all’interno della famiglia. Per il suo racconto, però, il punto di partenza è un altro: “Ho deciso di parlare di una storia che non fosse personale perché sono un po’ infastidita dal fatto che, quando scrivo di genitori e maternità (soprattutto su Rivista Studio), mi si chieda sempre di mettere in campo la mia esperienza. In questo caso non volevo che il racconto parlasse di me e quindi mi è piaciuto fingere di essere una persona senza figli.”

Il racconto di Arianna Giorgia Bonazzi

Il racconto nasce da una visita che Arianna ha fatto a una ex compagna di scuola che lavora al CERN di Ginevra. Da ciò che ha visto è nata la storia di Daria: “Il CERN è un piccolo mondo utopico: una terra che non appartiene a nessuna nazione, dove si parlano tutte le lingue del mondo. Ho osservato come si muovessero le donne in questa situazione, mi è venuto spontaneo, e sono rimasta stupita: uno si aspetterebbe che in quel posto, che è il punto più alto che l’umanità ha raggiunto in quanto a ricerca e anche civiltà, l’essere madre e lavoratrice non sia un problema. Ma non è così e da subito mi è venuto in mente di trasformare quest’esperienza in un racconto di fiction”.

Essere una madre e lavoratrice in ambito culturale: è questo che ci ha spinto a chiedere ad Arianna di collaborare al progetto di Senza rossetto. Ed è stato proprio questo il fulcro della conversazione che abbiamo avuto, il giorno che ci siamo incontrate per registrare. Perché noi, 27enni precarie, una single e una accoppiata, ce la siamo posta spesso la domanda lavorando a questo podcast:

Come si fa a conciliare passione e figli, voglia di carriera e di famiglia? E poi, è proprio vero che dobbiamo averli per forza dei bambini? Saremmo delle donne meno realizzate senza figli?

“Ho riflettuto tantissimo su questo tema, ma non sono arrivata a una conclusione, non ho una risposta. Quotidianamente però mi rendo conto che è veramente impossibile arrivare a fare tutto bene: carriera, vita privata, cura dei figli. Perché anche la vita privata, nel suo aspetto più emotivo, sentimentale è importante” ci dice Arianna.

“Soprattutto perché sulle donne ricade la quasi totalità della cura dei figli. La donna nei primi anni della vita dei figli si sente talmente tanto coinvolta che brucia la quasi totalità delle sue energie mentali, non solo da un punto di vista organizzativo, ma anche dal punto di vista delle scelte che deve prendere ogni giorno per la vita dei propri figli. Questo toglie energia alla propria creatività, al tempo dedicato alla carriera e anche alla coltivazione delle proprie emozioni nel quotidiano.
L’uomo nonostante abbia imparato a stendere il bucato e lavare i piatti, alla fine in società è comunque considerato quello che rimane fino a tardi in ufficio, che non sa in quale sezione vanno i figli, che non vuole ricevere la mailing list della rappresentante di classe. È una questione culturale, credo. Per carità poi ci sono gli uomini che lo fanno, ma in generale la donna vive un coinvolgimento molto più viscerale su questi aspetti, non ci dorme la notte. Anche fisicamente una donna ha una scissione che un uomo vive di meno, non so se per questioni culturali o per questioni più intrinseche a ciò che comporta la maternità”.

“Pensi che ci sia anche un fattore biologico, oltre che culturale, a portare la donna a occuparsi maggiormente della vita dei figli?” ci viene spontaneo chiederle. “Mi viene in mente l’esempio dell’allattamento, che porta il corpo femminile a essere per forza a disposizione del figlio. È difficile allattare e avere le energie fisiche che un lavoro creativo comporta: saper gestire le relazioni, concentrarti sulla scrittura. Aggiungiamo il fatto che noi donne dormiamo di meno, quando abbiamo dei bimbi piccoli, siamo sempre attente a ciò che succede, anche per un fatto evolutivo siamo portate a svegliarci al primo vagito.

È obiettivamente difficile rimanere focalizzati sul lavoro, nel mio caso sulla scrittura, riprendere il filo del discorso e allo stesso tempo frequentare le persone che devi frequentare per restare nel giro, negli orari in cui normalmente vivono le persone senza figli, oppure gli uomini con figli che non hanno questi vincoli”.

_____________

Introduzione di Alessia Ragno
Cover illustrata: Lineette per Senza Rossetto

Dall’archivio

Senza rossetto, la presentazione

Senza Rossetto, Puntata 1- Il lavoro delle donne raccontato da Giulia Blasi

Senza Rossetto è su  Facebook  | Querty |