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Afferma Tito Livio: “Perchè vi sia colpa, deve volerlo la mente, non il corpo“. La domanda è dunque antica: di chi è la colpa, della mente che arma la mano del soldato o del soldato che spara? Di entrambi, vien da rispondere, perchè non è assolto chi può dire di no e invece tace. Ma le cose si complicano quando non vi è una lingua a poter parlare, quando il superiore è un dottore, il soldato una scimmia quasi umana e il campo di battaglia un laboratorio di ricerca scientifica.

Felice Cimatti, filosofo del linguaggio umano e animale, indaga nel noir “Senza Colpa” – pubblicato da Marcos y Marcos – i confini della consapevolezza e le radici della violenza. Come fu per gli esperimenti nazisti sulle dinamiche di potere, vi sono aguzzini e vittime, ma non criminali e innocenti. Ancor più difficile è reso l’atto del giudicare dalla presenza dei primati, che danzano in bilico tra volontà e istinto, rabbia e vergogna. Se uno scettro vuol essere dato, forse appartiene a chi guarda e sa, senz’ombra di dubbio, distinguere il male dal bene. Ma tace, consegnando all’animale l’orrore del linguaggio, vincolandolo per sempre alla coscienza di un omicidio che proprio perchè nominato può essere rievocato e reiterato nel tempo.

Così piomba addosso la colpa sull’ignaro Caino, non quando la vede sgorgare sotto forma di sangue dalle proprie mani macchiate per sempre, piuttosto volgendosi al cielo e gridando: “Che ho fatto, l’ho ucciso“. Che non si sentano assolti gli spettatori nei loro camici bianchi, schierati dietro al vetro che s’affaccia sull’orrore. Che non credano ora d’aver fatto la scoperta del secolo, ovvero che siamo cattivi, noi e loro, pensanti o meno, dotati di corpo, dotati di mente. La scimmia, il braccio alzato pronto a colpire, la possibilità (pensata o agita) di colpire.

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Lo sappiamo noi, lo sa Kubrick, lo sa Dio che siamo cattivi. Ma il male che si fa e non si dice rimane solo un morso bianco alla giugulare di una gazzella ignara nel cuore di un deserto africano. Quello che si dice, si teorizza, si studia, si analizza, quello è tutto nostro, è colpa nostra e se pure ti arrischi a nominare Dio, ecco che arriva un prete,  di soppiatto da dietro una tenda e pronuncia come un salvacondotto le due fatidiche parole: Libero Arbitrio.

Mi viene in mente l’ultima scena di Dogville. Grace l’angelo vendicatore e lo sterminio dell’uomo. L’ha verificato bene a sue spese Grace, che se uno può scegliere di compiere il male beh, stai ben sicura che lo farà. Tra le macerie della carneficina appare un superstite: un cane. E Grace, pistola in pugno se ne va.

Bene, lui risparmialo, salvalo prete, perdonalo, perchè non sa quello che fa.