Illustrazione di ELENA XAUSA

Illustrazione di ELENA XAUSA

La chimera dell’eterna giovinezza fa capolino nei desideri di tutti. Il tempo scorre, scrive le sue pagine sui nostri visi, sui nostri caduci corpi gettandoci nello sconforto perché non sappiamo come ci ritroveremo, se ci riconosceremo. La vecchiaia non è desiderabile, è poco cool. Non per tutti è così. Il vino, infatti, è un outsider, ama l’invecchiamento. I piccoli acini, se nati da buona famiglia, preferibilmente del casato dei Rossi, scrivono sul loro diario segreto, sin da infanti “Vorrei invecchiare molto e diventare un nettare longevo, strutturato e super desiderato”. Hanno poster di anzianotti in cameretta, si attaccano rughe finte e si tingono il bulbo di bianco. Anelano relazioni durature con bottiglie marroni o nere, consapevoli del fatto che prima faranno i lascivi per lungo tempo con confortevoli e rassicuranti botti. Invecchiare è per loro aspirazione e sogno perché sinonimo di eccellenza, gran qualità ed un esistenza ai massimi livelli prima di sacrificarsi gloriosamente per i nostri palati.
Questo desio però non è da tutti. La longevità enologica è un traguardo esclusivo, riservato solo a certe tipologie di uve. I rossi sono i favoriti, hanno una struttura più complessa che riesce a reggere il processo di invecchiamento e portano con sé i poteri delle bucce, pregne di sostanze e cartucce da sparare. Questo non significa che i bianchi siano tagliati fuori, alcuni di loro, se con buona genetica, cresciuti sul giusto terreno e vinificati con maestria possono garantirsi una senilità di tutto rispetto. Siamo nell’ambito della nicchia però, un buon Rocco Siffredi può sfidare in scioltezza un qualunque black man ma a differenza di quest’ultimo i Rocchi non crescono come funghetti di campo.
Non illudetevi però, non basta essere nato Rosso, ci sono una serie di requisiti che vanno rispettati. La selezione all’ingresso, nella strada che porta alla senilità prevedebuona gradazione alcolica, superiore ai 13,5%, una buona acidità fissa, una buona quantità di sostanze coloranti e di polifenoli (thanks bucce), la sanità delle uve ed infine una buona acidità volatile.
Passato questo esame severissimo, che avviene poco dopo il processo di vinificazione, dando poco tempo per copiare o prendere ripetizioni, il vino è pronto per intraprendere la via della canutaggine senza alcuna garanzia di una fine gloriosa.

Chai-barrique

By Boinremi1822 (Own work) via Wikimedia Commons

I più fortunati finiranno in botte o barrique, un vero happening per il succo d’uva. Svariati litri di vino che si ritrovano gomito a gomito in confortevoli recipienti di legno, accoglienti, protettivi e dinamici. Nella botte si sta bene, ci sono un sacco di eventi, non ci si annoia mai. Grazie alla porosità del legno l’ossigeno se la viaggia in scioltezza dentro e fuori dando il via ad incredibili processi chimici di evoluzione del vino. Polimerizzazione, maturazione, unioni carnali di monomeri, cadute di spugne, eterificazione, ratto degli aromi dal legno e quant’altro. Più il tempo passa più gli eventi si susseguono e il vino evolve, delineando la sua personalità.

Va oltre l’immaginazione la frenetica attività che svolge all’interno delle pacate botti adagiate nelle fresche cantine. Il gozzoviglio, come sempre accade deve però avere un termine. Passato il tempo necessario che può essere di 1, 2,3 o più anni, il nostro amato liquido deve lasciare i suoi compagni di merende e accasarsi con una buona bottiglia. Qui, al riparo dalla luce e in intimità, finirà la sua scalata alla vecchiaia, continuando a perfezionarsi e ad apparecchiarsi per i nostri sensi.

Potete ben immaginare come, dopo tutto questo lavoro, si debba portare rispetto al buon vinello permettendogli di mostrarsi al meglio. Via libera quindi all’ossigenazione, lasciatelo decantare dopo l’apertura, dategli il tempo di mettersi in ghingeri per sfoggiare tutto ciò che ha imparato nel suo lungo percorso. Sarebbe scorretto tracannarlo subito, struccato, spettinato, in pigiama senza che sia neppure lavato i denti.
Cosa aspettate? Brindate al senile e godetevi la storia su cui piccoli acinelli hanno investito la loro vita.