Piccole Donne.

Se la vita fosse un film, chi vorreste impersonificare? Scelta difficile, quasi impossibile. Come quelli che ti chiedono “qual è il tuo film preferito?”. Solo i matti hanno un film preferito.

Piacere! Mi chiamo Valentina, ho 28 anni e vivo al cinema. No, non vivo in una sala, ma trascorro gran parte delle mie giornate a vedere film. Vederne tanti, ogni tanto ti fa perdere un po’ il contatto con la realtà. Le storie sul grande schermo sono molto simili alla vita, ma non sono la vita: ne sono una proiezione. Un esempio? Ho aspettato invano per anni il Principe Azzurro, quell’entità malvagia che ti convincono già da piccola che esista e il cinema con gli anni amplifica a dismisura, ma che si rivela un tranello che ti porterai fino alla fine dei tuoi giorni. Il Principe Azzurro è una leggenda come quella di Babbo Natale, ma cavolo… dopo un po’ ti dicono che Babbo Natale non esiste, perché il Principe Azzurro invece non ti avverte nessuno che è una truffa?


Ogni giorno, attraverso i film, sono soggetta anche a mettere a confronto me stessa con i personaggi femminili che popolano il grande schermo. Da ciascuno di loro vorrei assorbire qualcosa, eppure non sono nessuno di loro. In questa rubrica vi parlerò di me (aspettate, non dite “Chissene, vogliamo leggere di cinema”) e lo farò rapportando la mia vita e la mia crescita come membro della grande famiglia del cromosoma X, a quello che ho visto/vedo al cinema, ma soprattutto parlandovi di tutti quei bellissimi personaggi femminili che ho amato o odiato, con cui mi sono immedesimata o che mi hanno fatto riflettere sulla mia condizione di “femmina reale”.

Come primo episodio, non potevo che scegliere il personaggio che più mi ha sconvolto la vita e ispirata già dalla più tenera età: Jo di Piccole Donne. La prima volta che lessi il libro della Alcott, non facevo ancora le elementari. Mia madre, carriera di insegnante fatta precipitare da un gruppo di ragazzini sgamati nel bagno della scuola mentre scambiavano figurine Panini durante la sua ora di lezione, si era convinta che se come maestra aveva fallito con i figli degli altri, con noi figlie (siamo in due, ma ne parleremo) avrebbe avuto futuro più felice. Andai a scuola in prima elementare che sapevo già leggere e scrivere. Piccolo idolo dei compagni, mi stufai ancora prima di cominciare e la mia carriera scolastica fu un lento declino (parleremo anche di questo). Era estate e lessi quella storia, una di quelle edizioni illustrate per bambini con la copertina rigida e le pagine lucide che puzzano di millefrutti facendoti venire il mal di testa ad ogni paragrafo, in pochissimo (per i tempi di una miniatura umana). Finito, lo comunicai a mia madre: “Farò la scrittrice”. Lei mi rispose: “Cambierai idea”. La vita le ha dato torto, in un certo senso. Suo malincuore… e anche quello del mio conto in banca.

Di Jo non mi dimenticai mai, ma la passione si riaccese anni dopo, quando mia madre – recidiva in questo – mi portò al cinema a vedere il film della Armstrong. Avevo 12 anni. L’interpretazione di Winona Ryder, nonostante né quella di June Allison nella trasposizione di Mervyn LeRoy del 1949 né quella di Katharine Hepburn in quella di Cukor del 1933 fossero di minor nota, fu per me un’esperienza rivelatrice. Mente riottosa e cuore passionale, nel corpo candido e delicato di una giovane donna, personaggio femminile di una bellezza modesta, ma calamita di maschi per il suo carisma, Jo incarna tutto ciò che per me è l’essenza della femminilità. Femminista, mascolina, disposta a tutto per esaudire un sogno, ma anche ironica, poetica e romantica. In questa trasposizione del romanzo poi, a cui forse sono particolarmente affezionata perché è quello che la mia generazione ha visto, il suo personaggio emerge in tutta la sua bellezza. La Ryder, che ai tempi aveva 23 anni, dà la sua anima di giovane artista ribelle a Jo, che la Armstrong aveva voluto portare sul grande schermo aggiungendo molti tratti biografici della Alcott (d’altronde Piccole Donne è basato sull’esperienza familiare della scrittrice stessa). Un classico senza tempo, una donna difficile da dimenticare. Uscite dal cinema ripetei a mia madre “Farò la scrittrice”. Ed eccomi a oggi, che scrivere scrivo, ma forse meno tenace di Jo, ogni tanto mi dimentico di sognare.