I Guardiani del Destino.

Lo scorso weekend ero al mare e nell’unico cinema del posto, quelli con ancora una sala soltanto (che bellezza!), davano questo film e quindi mi ci sono fiondata causa tempo infame, nonostante la mia poca simpatia per quel “faccia da Quasimodo” di Matt Damon.

I Guardiani del Destino è un film di George Nolfi tratto da un racconto di Philip K. Dick. Lui (Damon) è un candidato senatore dello Stato di NYC, lei (Blunt) è una ballerina. Si conoscono accidentalmente in un bagno. Si innamorano. Si baciano, ma si perdono. Si rincontrano tempo dopo. Non avrebbero dovuto. Perché? Il nostro percorso “di vita” è governato da dei guardiani del destino, una sorta di angeli che regolano le nostre esistenze, controllando che il disegno che è stato tracciato per noi da un’entità misteriosa che viene chiamata Presidente, venga rispettato. Lui e lei non dovevano innamorarsi secondo il piano, ma è successo. E ora?

Non siamo qui per parlare del film, ma di quello che come al solito mi ha innescato. In questo caso due riflessioni:

1. Cosa ne sarebbe dei rapporti amorosi senza cellulare?
Il protagonista quando rincontra l’amata sfuggita già anni prima su un autobus, non le chiede come si chiama di cognome. Le chiede il numero di cellulare. Perso il numero, persa la ragazza. Una volta l’avresti ritrovata in qualche modo sull’elenco, l’avresti tampinata a casa, sfidando il panico da “E se non ci fosse?”. Ti giustificavi il fatto che non si fosse fatto/a sentire con la scusa che non c’eri o che non c’era lui/lei, evitando anche di lasciare messaggi in segreteria. Aspettavi giornate davanti all’apparecchio e litigavi con i tuoi genitori o coinquilini perché ti lasciassero la linea libera. Oggi no. Oggi se chiami e non risponde o non richiama, hai una risposta immediata. Non ti si fila. Ho perso il numero. Mi è caduto il cellulare nel cesso. Me l’hanno rubato. Mi è finita la batteria. Mi hanno buttato in piscina col cellulare. Le scuse del pacco garantito nell’era del mobile. Ora sono arrivate anche le mail sul telefono e tra poco nei film, non chiederanno nemmeno più il nome. “Ciao, mi piaci. Mail? Telefono? Contatto skype? Ma ce l’hai facebook?”. Amore virtuale. Come le ore e le bollette che spendi al cellulare. Prima c’era la voglia e l’aspettativa di vedersi, oggi tremila chat aperte di parole inutili. Prima c’erano le lettere d’amore, oggi i messaggi in cui non capisci una fava di quello che ti stanno scrivendo e che rovinano la poesia delle parole dolci. Un tvb su un display, potrà mai essere uguale a un Ti Voglio Bene faccia a faccia? Ne avremo guadagnato in velocità, ma il tempo, come per tutte le cose, alimentava la bellezza dell’attimo. Ora c’è solo l’attimo: quello di un clic che consuma le relazioni nello stesso soffio, che rovina i momenti d’incontro perché non c’è più nulla da dire. Pessimismo. Un poco. Rivogliamo l’amore romantico e le attese infinite.

2. Nel mondo esiste, da qualche parte, la nostra metà perfetta che per destino, coincidenze, distanze, caso… non incontreremo mai? E se la mia metà perfetta fosse dall’altro capo del mondo, un giapponese tipo, che non conoscerò mai… ma allora l’amore come lo intendo oggi, cos’è?

Che pippe ragazzi… e tutto questo per un film con quel pappa molla di Matt Damon. Direi che ho bisogno di una vacanza.