The Way Back

Forse più adatto ad altre stagioni dell’anno, il nuovo film di Peter Weir (“Master and Commander”) non verrà di certo ricordato tra i suoi memorabili. II film è in uscita in sala oggi e se volete una ragione vera per andarlo a vedere, cercate alla voce cast: Jim Sturgess (uno dei miei pupilli), Ed Harris (intramontabile), Saoirse Ronan (rivelazione, anche se per “Hanna”) e Colin Farrell (che mi sta ampiamente sui maroni, trovandolo di dubbio gusto sia come attore sia come esemplare maschio, ma che tanto ad un certo punto della storia se ne va e “chi si è visto, si è visto”).

1940. Una notte, durante una tormenta di neve, sette prigionieri riescono a fuggire da un Gulag sovietico. La loro fuga, così anche le leggende tramandate nei campi di prigionia vogliono, ha bassissime probabilità di riuscita: se non le guardie, prima o poi sarebbero stati il freddo o la fame a ucciderli. Forti della libertà riconquistata, con pochissimo cibo, senza armi ed equipaggiamento, il manipolo intraprenderà un percorso che ha come obiettivo il superamento del confine con la Mongolia. “The Way Back” è la storia del loro viaggio e di quello che significherà per le rispettive esistenze, tra istinti animali di sopravvivenza e paura, ma sempre con una dignità, un’intelligenza e una fiducia che durante la prigionia non è stata dimenticata nonostante tutto.

L’inizio, raccontato in fraseggio e con dedica del regista, già ci dice tutto del film, compreso come andrà a finire, tanto che ci stupiamo a pensare “ma non starà parlando dei protagonisti, vero?”. No, non stiamo parlando di storie e personaggi conosciuti, quindi l’autogol c’è e amaro. Cosa rimane dunque delle successive due ore? Una storia ben raccontata e ricca di paesaggi maestosi e ripresi nella loro selvaggia pienezza (tra i produttori c’è “National Geographic Entertainment”). Girato tra Bulgaria, Marocco e India, i luoghi vengono trattati come veri co-protagonisti e non come mera cartolina: ogni ambiente e ogni paese hanno difficoltà di clima, alimentari e geografico-orientative che incideranno non poco nel viaggio dei fuggiaschi. Meno efficace l’elemento storico, che viene solo accennato ed è un peccato dato che si tratta di una pagina dolorosa della storia dell’umanità da pochi conosciuta e studiata: i Gulag e le purghe staliniane. Il cast di stelle fa il suo dovere, ma non conosciamo a fondo le loro storie mai, se non un accenno dalla bocca della new entry femminile (il branco di maschi sopravvive, ma non parla mai dei sentimenti e dei problemi che attanagliano le rispettive esistenze. Non si conoscono, si fidano a fiuto). Quella di Weir è una buona prova come regista, ma poco come narratore, per un film che invece aveva tanta carne al fuoco su cui potersi dilettare.


Non credo l’intento fosse quello, anzi ne sono certa, ma post film più che pensare al tragico destino di tutti quegli uomini e donne che hanno vissuto quella pagina nera della storia, di cui i protagonisti del film sono una fortunata minoranza perché si sono riusciti a salvare e riconquistare la libertà strappata, mi sono messa a pensare a quanti posti al mondo non ho mai visto e vorrei vedere. Magari con una borraccia sempre a portata di mano. Mettiamola coì, sarà la voglia di vacanze…