The Woman in Black

“The Woman in Black”, uscito nelle sale italiane qualche mese fa senza riscuotere un grande successo, è un film prodotto dalla Hammer, una delle realtà cinematografiche più interessanti di sempre, legate a produzioni prevalentemente horror che hanno spopolato dalla fine degli anni cinquanta e in questo caso entrata in un gioco in cui ha potuto godere di benefici economici maggiori, senza perdere quella qualità e quella filosofia su cui i suoi fans non avrebbero potuto chiudere un occhio.

L’avvocato Arthur Kipps (un inedito e finalmente slegato dal personaggio che l’ha reso celebre – Harry Potter – Daniel Radcliffe) vive a Londra con il figlioletto e la governante. Assume l’incarico di recarsi in uno sperduto paese della campagna inglese per risolvere un caso legato alla Eal Marsh House, che spaventa a morte gli abitanti del luogo, destinati a una maledizione: i loro figli vengono strappati alla vita da una morte violenta scatenata in circostanze misteriose e pressoché sempre suicide. Kipps, nonostante la diffidenza dei locali, ma aiutato da uno di essi, deciderà di andare a fondo al mistero, legato a quanto sembra dalla comparsa di una donna in nero appena prima delle fatidiche morti infantili.

I film horror giocano quasi tutti su quei piccoli cliché che creno tensione nello spettatore: porte che sbattono, apparizioni improvvise, un immaginario infantile fatto di piccoli oggetti inquietanti – tra bambole di porcellana e pupazzi, carillon e vocine -, case infestate, la notte che non lascia scampo, fantasmi, maledizioni… e via dicendo. “The Woman In Black” ha tutto ciò e lo lega ad un immaginario quasi gotico, in cui nulla, dalla nebbia ai costumi, non viene mai messo al caso. Sono le atmosfere, i paesaggi, l’estetica dei personaggi a fare il film e a renderlo inquietante, avvicinandosi a quel modo d’altri tempi di fare cinema di genere, di cui la Hammer era fiera rappresentante. Le inquadrature sono lineari, tranne quella soggettiva del fantasma che ci confonde a tratti, sviando lo spettatore sul chi sta guardando cosa e facendolo poi sobbalzare a momenti pensando di essere nella testa della “donna in nero” quando magari non è così.

La chiusura che tende alla “spettacolarizzazione” e all’effetto sorpresa, forse è quello che ci convince di meno, ma tutto sommato la seconda prova del regista di “Eden Lake” James Watkins ci regala un piccolo momento di cinema ben fatto e che ancora riesce a farci sobbalzare con il già visto e ripetuto.