Meek’s Cutoff

“Meek’s Cutoff” è un titolo sconosciuto su suolo italiano. Uscito nelle sale U.S.A. e presentato al Festival di Venezia nel 2010 è un film sicuramente atipico per la regista indie Kelly Reichardt (“Old Joy”, “Wendy and Lucy”), che si è messa alla prova con un western vecchio stile. Il risultato è un film strepitoso, che è stato in grado di rinnovare e (ri)portare sotto i riflettori un genere per troppo tempo bistrattato tra brutte rivisitazioni o contaminazioni.

Il mito della frontiera. E’ il 1845 quando tre famiglie assoldano Stephen Meek per accompagnarle alle montagne del Cascade, durante i primi giorni dell’Oregon Trail. Meek suggerisce una scorciatoia alla carovana di migranti, che li guida fuori dal sentiero tracciato, in un percorso articolato nel deserto, dove l’acqua scarseggia. Le difficoltà di sopravvivenza, la mancanza di fiducia nel loro accompagnatore e l’arrivo di un nativo americano che incrocia il loro percorso, farà emergere le paure ataviche dei singoli e insidierà il sospetto nel gruppo di viaggiatori.

“Meek’s Cutoff” è un film che molti troveranno ostico, immerso nei suoi silenzi e nella sua realtà cruda. Le lande desolate in cui è ambientato diventano con il passare del tempo uno spazio claustrofobico in cui i protagonisti si chiudono a causa delle proprie paure. “Meek’s Cutoff” è anche una storia con una buona dose di femminismo: lontano da quegli stereotipi fittizi che vogliono la “signora del west” un’amazzone in gonnellona e cappello, qui le donne fanno la parte dei giganti, nel loro modo riservato, ma sempre raziocinante di affrontare le situazioni, fino alla difesa del proprio ambiente. Una su tutte, un’inedita Michelle Williams nelle vesti di un modello di coraggio delicato e d’altri tempi.

Senza una trama delineata, ma con un fuoco preciso sul contesto che viene raccontato, “Meek’s Cutoff” è una pellicola da recuperare perché assembla molti elementi del western classico con una messa in scena quasi astratta (la fotografia richiama un’aurea di sogno); è un film che parla di fiducia umana e di pregiudizio. Forse il pubblico del grande schermo (in Italia) non l’avrebbe accolto con largo consenso, ma per appassionati e cinefili sarà un vero piacere, nonostante una sensazione di straniamento che vi permeerà per tutta la durata e dopo.