The Hunger Games

Così, invece di rispondere all’applauso, me ne resto lì immobile, mentre loro mettono in atto la più audace forma di disapprovazione di cui possono disporre. Il silenzio. Che dice che non siamo d’accordo. Che non perdoniamo. Che tutto questo è sbagliato! – Katniss Everdeen

Sono due i motivi per cui “The Hunger Games” è un film interessante. Il primo è che segue l’onda di quelle pellicole che hanno come protagonista un’eroina femmina, coraggiosa, temeraria, abile utilizzatrice di strumenti mortali che però sa dosare con l’uso della ragione, sexy, giovane… Ne abbiamo avuto un assaggio con film quali “Kick Ass” e la memorabile Chloe Moretz nelle vesti della violentissima Hit Girl, fino Saoirse Ronan e la sua “Hanna”. Per non parlare della giovane Ree, interpretata dalla stessa Jennifer Lawrence di “The Hunger Games”, in “Un Gelido Inverno”. Il secondo è che, all’apparenza semplice action movie per ragazzi, è in verità uno spettacolo – nel pieno senso del termine – profondo ed educativo.

Tratto dall’omonimo romanzo di Suzanne Collins, racconta un futuro post apocalittico in cui, per punire una ribellione popolare affogata nel sangue e per ricordare che questo non deve più accadere, ogni anno nel territorio di Panem – che corrisponde all’attuale Nord America – diviso in 12 distretti, vengono scelti da ciascuno una coppia di un maschio e una femmina tra i 12 e 18 anni. I ragazzi sorteggiati, vengono poi portati a Capitol City in cui in un grande reality show si scontrano finché non ne rimane in vita solo uno. Nel tentativo di dimostrare che nemmeno un bambino può osare sfidare il governo, i politici al potere si renderanno presto conto che non si può mai giocare da soli e che se accettano la sfida, dovranno prima o poi mettere in conto anche una sconfitta.

“The Hunger Games” non è “fantascienza”: i deboli rimangono tali dall’inizio alla fine del film. Panem è un mondo diviso tra ricchi e poveri, dove i primi hanno tutto, ma hanno l’aspetto di pagliacci, mentre i secondi non hanno nemmeno di che sfamarsi, ma possiedono ancora una dignità forte. Il regista di “Pleasantville” e “Seabiscuit” ci racconta una storia di coraggio con un linguaggio cinematografico che coinvolgerà i più giovani, ma con una storia appassionante che non dimentica componenti di romance e lotta (non solo fisica, ma anche sociale). La regia da blockbuster in pieno stile, si alterna a inquadrature “non tradizionali” per film di questo tipo, tra macchina a mano e un montaggio nevrotico. Se dobbiamo trovare una pecca a “The Hunger Games” è la sua prolissità nella parte iniziale, che a momenti ci fa temere la “cine-porcata”, per poi riprendersi dal momento in cui si entra nel vivo della storia.

Se le tre dita alzate ormai sono già state introdotte nel linguaggio giovanile come un nuovo simbolo di libertà e sfida, vero è che di “The Hunger Games” non ci liberemo così presto: si sta già pensando ad un sequel (che comunque viene pressoché annunciato anche nel film). Sperando che il bel lavoro fatto fino ad oggi da Gary Ross non verrà stravolto, vi consigliamo al momento di recuperarvi questo. Andate al cinema però, certi film è obbligatorio vederli “in grande”.