Hugo Cabret

Introdurre Martin Scorsese e la sua dedizione/passione per il cinema in poche righe, sarebbe un po’ come chiedere a qualcuno di descrivere il silenzio. Non ci sono parole, o ne servono troppe per arrivare ad un’apparenza di concetto. Scorsese per me, è un po’ come Spielberg lo era per Dawson: irraggiungibile. Se mi chiedessero “Con che intervista ti sentiresti arrivata professionalmente?”, direi lui, quello delle grandi storie e che con il suo L’Età dell’Innocenza mi ha insegnato cosa sono le inquadrature e che dire campo/controcampo vuol dire che stai gettando le basi, ma che poi gli svolgimenti possono essere innumerevoli, quello che mi ha fatto capire quanto la scelta di un’inquadratura può raccontare.

Hugo Cabret è la sua ultima, maestosa fatica. Hugo Cabret è il nome del suo giovane protagonista, un bambino che vive nascosto nella stazione di Montparnasse a Parigi. Rimasto orfano, viene preso in custodia da uno zio ubriacone che è addetto alla manutenzione degli orologi della stazione. Quando lo zio sparisce misteriosamente, sarà Hugo che in clandestinità – per non essere portato all’orfanotrofio – si prenderà cura dei medesimi. Il suo sogno è quello di aggiustare uno strano pupazzo meccanico, un automa, unico ricordo rimastogli del padre. Per riuscirci, giorno dopo giorno, ruba dei pezzi meccanici da uno stand di giocattoli appartenente ad un uomo triste e cinico, che una volta beccato il ragazzo con le mani nel sacco, gli ruba la sua preziosa agendina con gli appunti del padre. Per Hugo riavere il taccuino è fondamentale, ma i misteri celati dietro la figura di quell’uomo, saranno tanto imprevedibili quanto fiabeschi.

Candidato a 11 premi Oscar, tra cui Miglior Film e Miglio Regia, Hugo Cabret ha già vinto per la regia ai Globe. Il film racconta la magia del cinema, attraverso una favola che porta in scena proprio il capostipite del cinema di finzione e degli effetti speciali, George Méliès (un bravissimo Ben Kingsley). Scorsese ci racconta l’incantesimo senza tempo, tema che ricorre già dall’incipit attraverso i giganteschi orologi della stazione attraverso cui il bambino spia la vita, quella veloce e dorata da cartolina che solo il cinema può ricreare così. Il regista parla di scoperta (quella del bambino che attraverso una motivazione del tutto personale arriva a soprire la settima arte), in una pellicola che emozionerà molto anche i cinefili più accaniti (perché alla fine, il momento di rivelazione che vive Hugo, lo hanno attraversato tutti gli appassionati. Quello che manca un po’ è l’innamoramento del ragazzo per il cinema, perché l’avventura per lui è solo un mezzo con cui riavvicinarsi al genitore scomparso). Se dobbiamo trovare una pecca alla trasposizione del libro di Brian Selznick è che Scorsese non riesce proprio a prendere le distanze dalla passione che ha attraversato la sua vita e così a volte diventa quasi ridondante, dimentica che stiamo raccontando la storia del giovane Hugo e non un capitolo di storia cinema.

Appassionati o meno, Hugo Cabret è un film poetico e che vi farà sognare per due ore a occhi aperti. Un mondo in cui immergersi e da cui uscire illuminati dell’esperienza visiva che avete appena vissuto.