“Tiny Furniture” è uno di quei film indipendenti usciti in sala fuori dall’Italia di cui avevo sentito parlare parecchio, anche per il passaggio da diversi festival (tra cui il SXSW dove ha vinto il “Best Narrative Feature” nel 2010), ma che non ero ancora riuscita a recuperare. Insomma, il mio con “Tiny Furniture” è stato un amore a distanza, tipo in rete, in cui ci si usma da lontano, ma senza avere mai la possibilità di conoscersi di persona. Beh… A differenza di tante rapporti che poi rimangono platonici, alla fine io ho consumato.

Aura è una giovane poco più che ventenne che ritorna a casa dopo il diploma. Vorrebbe intraprendere la professione per cui ha studiato, quella cinematografica, che però capisce essere un progetto abbastanza utopico. La casa della mamma, una fotografa newyorchese, è ordinata e asettica, dove tutto è diviso metodicamente in armadi bianchi. Aura ha una sorella adolescente, Nadine, che ha finito con successo il liceo e sta decidendo quale università frequentare. Cercando di occupare il suo tempo nel migliore dei modi, la ragazza inizia a lavorare in un ristorante vicino a casa, dove conosce Keith, il cuoco, con cui inizia ad avere un flirt anche se lui è fidanzato e convive.

Patina “Indie-movie” per un piccolo film che parla di crescita e formazione di una ragazza, colta nella realtà effettiva della “situazione limbo” che segna quel passaggio dalla scuola al lavoro, fatto di insicurezze e di sensazioni di incomprensione da parte di chi ci sta vicino, soprattutto dai propri familiari. Aura è una ragazza che sa cose vuole dal proprio futuro, ma deve solo trovare il coraggio e la forza in se stessa (non negli altri, da cui la cerca) per buttarsi. Il profilo low budget viene messo in secondo piano dalla sapiente sceneggiatura e dalla forte caratterizzazione dei personaggi, tanto che se è lecito pensare che la storia abbia un’inspirazione autobiografica per la regista Lena Dunham (che infatti interpreta Aura), possiamo affermare con certezza che alla fine ce l’ha fatta.

Un film positivo nella sua “drammaticità di un momento”, da guardare perché è intelligente nel suo essere autocritico e furbo nel suo attaccamento alla realtà. Della regista Lena Dunham, dopo questo bell’esordio, ne sentiremo ancora parlare.