Io ballo da sola.

Amo Liv Tyler da quando, con Alicia Silverstone (che passava per la bonona, ma non era nemmeno una gamba della Tyler), aveva fatto il video di Crazy per la band del papà: gli Aerosmith. Di quel video mi ricordo lei che faceva la benzina stretta nei suoi pantaloni di latex mentre il vecchio le osservava il posteriore ondeggiante. Era il 1994: non so perché questa data continui a presentarsi. Non ci avevo mai fatto caso quanto il 1994 e i 12 anni avessero influenzato la mia crescita di giovane femmina… Comunque: fino a quel momento non mi era successo di rimanere attonita davanti a una forma di bellezza così candida e conturbante, tanto perfetta da rendere quei versi “That kinda lovin’/Turns a man to a slave/That kinda lovin’/Sends a man right to his grave…“, mai tanto credibili.

Ci provai a bigiare come Liv e Alicia insieme ad una mia amichetta, ma abitando in un paesino, mi beccarono al parco mentre scofanavo pizza su una panchina. I miei mi misero in punizione: niente giochi in cortile per una settimana. Oggi direbbero, “Non ti compro il bauletto di Louis Vuitton”: tempi che cambiano. La Tyler in Crazy aveva 17 anni, ai limiti dell’illegalità. Vedo già gli amici allupati di Steve Tyler fargli visita in casa con loschi intenti sulla figlia, dopo questo video.

Decisi di rimandare le mie bigiate più avanti, quando magari sarei stata un po’ più sveglia. Due anni dopo, era il 1996, anno in cui iniziai le fantomatiche Scuole Superiori, uscì il film che forse rende più giustizia alla bellezza di Liv Tyler: Io Ballo da Sola, di Bernardo Bertolucci. A quel tempo la mia femminilità stava emergendo e io me ne vergognavo, usando magliette larghe e imbruttendo la mia figura il più possibile. Le forme esplodevano e il disagio cresceva. Lei sullo schermo, nei panni della giovane e vergine Lucy, stava vivendo un momento simile al mio, con le stesse ansie e drammi, ma credo che non pensasse quello che pensavo io guardandomi allo specchio. Lei in questo film è perfetta e comoda nelle sue vesti miniaturizzate, nonostante fosse un’adolescente: burrosa quanto basta per leccarsi le dita, candida e conturbante da farti rimanere di pietra guardandola negli occhi, sensuale in ogni movenza… anche quando sta ferma. Bertolucci – fra l’altro premiato con la Palma d’Oro alla Carriera all’ultimo Festival di Cannes – si sa, è un mago a tirar fuori il lato più conturbante dell’animo femminile dalle sue protagoniste (due su tutte, Eva Green in The Dreamers e Maria Schneider in Ultimo Tango a Parigi, su cui tornerò), ma con la Tyler fece un lavoro incantevole, tant’è che l’attrice, dopo Io Ballo da Sola non ha più brillato sul grande schermo, nonostante la sua bellezza paradisiaca sia rimasta immutata (vi permetto di lamentarvi per la trilogia Il Signore degli Anelli, ma non citatemi Armageddon per favore che mi viene la pellagra).

Da lei cercai di capire come si fa a tirar fuori un lato sexy dalla goffaggine adolescenziale, ma non avevo calcolato il fattore “maschio in età dello sviluppo”, categoria che nel film non viene tanto presa in considerazione: più maligno del solito, tra ormoni alle stelle e ripicche infantili. Quando tentai di trasportare il suo stile nella vita reale, provando a indossare qualcosa di più carino a scuola, si fecero beffa di me: forse era un segno di apprezzamento, ma a quel tempo diventai solo rossa e mi sarei scavata volentieri una fossa. Avevo la prova che non avrebbe funzionato, soprattutto su una insicura e timida come me. O forse, semplicemente non è cosa: la carica erotica o ce l’hai o non ce l’hai. Io mi sono data una risposta ai tempi. Ma tanto poi la Tyler ha fatto Armageddon e ho capito che alla fine, tutti hanno dei limiti.