Carnage


Polanski torna in scena in grande stile. Lo fa con un film semplice nella forma, ma non di così facile comprensione come si potrebbe dire a una prima visione distratta, con un cast di attori eccellenti catapultati in una pièce teatrale ambientata nel salotto di una casa in un excursus continuo di colpi di scena, ribaltamenti di ruoli, svelamento della vera natura dei singoli e alleanze. Si ride (e di gusto), ma si ha anche modo di riflettere. E’ ottimo intrattenimento, ma anche un film di un’autoralità stupefacente.

“Carnage” è un film che parla della natura umana, del perbenismo forzato a cui ci costringiamo ogni giorno della nostra vita, negando di essere animali egoisti e feroci. E’ una storia in cui più o meno tutti si possono riconoscere, d’altronde credo che nessuno al mondo viva seguendo solo i propri istinti. Due coppie di genitori, due punti di vista che prima sembrano uguali, ma col procedere della narrazione si allontano progressivamente su un fattaccio di litigio accaduto ai rispettivi figli. Ogni personaggio è la rappresentazione di una tipologia di individuo: Jodie Foster è la classica donna che si mostra interessata ai problemi dell’Africa, ma poi non riesce ad ammettere che anche suo figlio ha qualche colpa nell’accaduto e poi va su tutte le furie quando le imbrattano di vomito le sue selezionatissime riviste d’arte. Suo marito, interpretato da John C. Reilly, è l’uomo medio, quello che di facciata è un padre e un marito gentile, ma poi si rivela un maschilista spietato e anche un po’ rozzo. Kate Winslet è la donna che dapprima potrebbe sembrare tutta d’un pezzo e che dopo due bicchieri di whisky diventa qualcosa a metà tra uno scaricatore di porto e una femminista incallita. Suo marito, Christoph Waltz (ancora una volta straordinario nel suo personaggio) è il classico che passa il tempo al cellulare, tutto ufficio, lavoro e mancanza di scrupoli, forse quello che dall’inizio alla fine rimane però più coerente con se stesso.

La pellicola di Polanski racconta il controverso rapporto coi figli che finisce per mal-educarli e l’effetto domino che viene innescato dal matrimonio. La caduta delle pedine è duplice e avviene parallelamente: da una parte c’è il felice senso di protezione e sicurezza che un nucleo familiare ci dona, dall’altro la repressione del singolo e l’infelicità che viene di conseguenza innescata. Il regista ce lo riesce a spiegare in pochi metri quadri, piccolo palcoscenico sul quale, attraverso una sceneggiatura da brivido, si consuma l’effetto matrioska nell’esame dei suoi personaggi. Capita poche volte, ma guardando “Carnage” mi sono davvero emozionata, cinematograficamente parlando, perché con un film fatto di poche, ma significative componenti, perfettamente gestite e articolate, il regista è riuscito a centrare il suo obiettivo di storia.

Uscita dal cinema ero un po’ sconcertata: da un lato contenta di quello che avevo appena visto, dall’altra frastornata dal messaggio. E’ stranissimo capire come saremmo ben diversi se non ci vincolassimo con regole di comportamento e non facessimo filtrare ogni cosa dall’autocontrollo. Inoltre, se proprio c’è una cosa che non ho mai potuto soffrire nei rapporti interpersonali, è la gentilezza forzata, oppure quel senso di apparenza da mantenere per paura di svelarsi. E’ strano capire come però nessuno ne possa essere esente e forse, vivere meglio. Insomma, avete presente quando alzate un po’ troppo il gomito e vi iniziate a divertire come pazzi perché non avete remore nel dire o fare nulla? Ecco. Potremmo vivere così. Peccato non provarci almeno ogni tanto (senza ingollarsi 5 litri di birra ovviamente…).