SPLASH – Una Sirena a Manhattan

Le storie e i personaggi della mitologia greca mi hanno sempre affascinata, ma uno su tutti attira morbosamente la mia curiosità già da quando ero piccola e mi incantai sui capelli rossi di Ariel “La Sirenetta” della Walt Disney: la sirena, appunto. Pensate che originariamente la sirena era metà donna e metà uccello, non pesce: donne trasformate da Afrodite in strane creature per non essere dedite e non amare i piaceri dell’amore. Fu nel Medioevo che cambiarono nell’immaginario umano diventando pesci, donne bellissime dai poteri ammaliatori grazie alla loro voce. Prima cattive e paragonate alle arpie, tant’è che erano l’incubo di ogni marinaio, acquistarono nel tempo un’aurea più docile e gentile.

Il cinema ne coglie da sempre il lato romantico (unica eccezione, forse, in “Harry Potter”) e la bellezza quasi divina. Tra le più sexy ci possiamo ricordare Ann Blyth in “Mr. Peabody And The Mermaid”, ma ancora meglio la biondissima Daryl Hannah in “Splash”. Se penso ad un film con una sirena, il primo che mi salta alla testa è quello di Ron Howard (sì, certo, anche “Sirene” con Cher, ma non lo ritengo proprio attinente a ciò di cui stiamo parlando).

La sirena al cinema diventa la prova vivente dell’amore romantico: una donna disposta a lasciare davvero tutto – comprese le proprie origini e la propria fisicità – per l’amato. Una donna bellissima dotata di quella componente magica che la rende ancora più attraente. Da piccola il desiderio di vestirmi così a carnevale era fortissimo, ma tutte le volte venivo disillusa da quella maledetta cosa che mi avrebbe trasformato in uno zampone senza movimento. Che ora voi mi direte: “Beh, non potevi trovare una soluzione alternativa tipo una gonna?”. No, per me era un dovere: la sirena non ha la gonna, ha la coda. Quindi niente sirena alla fine.

“Splash – Una Sirena a Manhattan” è un film da serata senza impegno, una piccola commedia romantica girata senza fronzoli, ma perfetta nella sua semplicità. Nonostante questo, alcune scene rimangono memorabili, come quella di Madison – Daryl Hannah (ribattezzata così da Alan – Tom Hanks visto che lei all’inizio non riesce a comunicare) che stiracchia la coda nella vasca da bagno o quella dei Grandi Magazzini in cui impara il linguaggio umano tramite la tv e quando finalmente capisce che Alan le sta chiedendo come si chiama risponde con un acutissimo grido (la sua lingua) che fa scoppiare tutti i televisori.

La sirena è diventata un inno alla femminilità, alla libertà di amare chi si vuole quando si vuole. Ci suggerisce di farlo in modo disilluso, abbattendo le difficoltà iniziali. A volte stucchevole nella sua caratterizzazione di femmina “che si trasforma per un uomo”, ma tanto fiabesca da farcela guardare con invidia, per quel senso dell’amore che un po’ si è perso. Peccato che donne così ormai troppo spesso le si vada a pescare solo nella mitologia. O forse no.