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Quella sera volevo andare a vedere “Mia madre” di Nanni Moretti. Era un lunedì. Non ce l’ho fatta, un po’ perché già il fatto che fosse lunedì non rendeva le cose facili, un po’ perché la malattia e la morte di una madre non sono argomento per ogni stato dell’anima, e vederla rappresentata, seppur al cinema, quando sei una trentenne non del tutto risolta, fa ancora troppo male. Insomma mi ritrovo tardi in un multisala, senza sapere cosa andare a vedere. Occhieggia Marco Giallini da una locandina, seduto su un titolo da film italiano leggero – ne sto vedendo un po’ troppi, cos’ho che non va? – “Se Dio vuole“. “Se Dio vuole”, pescato dal calderone dei titoli da film italiano leggero, che forse qualche stagista sta lì apposta, sottopagato, sfruttato, sudato a scrivere titoli che poi i registi italiani pescano a caso per le loro commedie da sabato sera.

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Ma Giallini non smette di guardarmi con la sua aria sorniona e lo sa che mi frega a fare così, che ho un debole per lui dai tempi di “Buttafuori”, quando pensavo che, insomma, mica male sarebbe stato avere un marito così. Ci sta pure Gassman, vestito da prete, “sarà una roba tipo Don Camillo e Peppone”, penso, versione in Technicolor, ovviamente. Alla fine pure “Mia madre” è un film italiano, e questo regista – Edoardo Falcone – beh insomma, è al suo esordio qualcuno dovrà pur dargli una chance. Magari ci facciamo quattro risate, Nanni non mi giudicare.

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Insomma, entro. Giallini è un chirurgo che si sente il Dio del bisturi e il padre-padrone dei tirocinanti, fede incrollabile nella scienza, sposato con Laura Morante. Laura Morante, al solito, fa Laura Morante (come immagino che nell’altra sala Margherita Buy faccia Margherita Buy), ricca e nevrotica, alcolizzata e totalmente ininfluente nel menage familiare. I figli sono ormai grandi: una, Ilaria Spada, fa la scema e ci riesce benissimo, è sposata con un agente immobiliare con la pancetta e passa i pomeriggi a guardare i tutorial di trucco su Real Time. L’altro, poco più che adolescente, ha tutta l’aria d’esser gay.

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La famiglia radical chic e democratica non se ne fa un cruccio: “L’importante è amare”, esclama tutta convinta con l’Internazionale sotto il braccio. Amare sì, l’importante è amare, ma se questo amore è un uomo con i capelli lunghi ed il pizzetto, che è ovunque in ogni momento, che è invisibile ed eterno, insomma se questo amore è Gesù come la mettiamo? Il ragazzino vuole farsi prete, questo è il fatto. Ed ecco che la democrazia, e la libertà d’opinione e la fede nella diversità vanno, letteralmente, a farsi benedire. Gay sì, ma prete no. E nessuno che si fa avanti con un bel “Je suis un Papa boy”.

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La sempiterna dicotomia Scienza/Fede si incarna nella guerra cinematografica a colpi di battute al vetriolo tra il chirurgo Giallini e il prete Gassman, sotto la forma del dubbio che s’insinua in entrambi alimentato dal nascere di una sincera amicizia. Certo, Gesù è sempre un po’ in vantaggio, siamo ancora in Italia e per giunta nella Roma di Papa Francesco, ma ci si diverte e ad un certo punto compare anche Spinoza col suo “deus sive natura” che consola un po’ e rimane pur sempre – almeno per nostra opinione – il modo più bello e più vero di concepire la spiritualità.

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Direte che mi allargo un po’ troppo a scomodare Spinoza (scusami Baruch) per una commediola italiana, mon dieu. Ma sarà che era lunedì, sarà che ho riso, sarà per Giallini, per Gassman che parla romano, per Roma che è bella, dentro e fuori dal cinema, che ci sia Dio oppure no.