Hurts.

Da Londra spostiamoci a Manchester. Andiamo a conoscere due ragazzi che ad occhio e croce avranno sui 22-23 anni, a riguardo Wikipedia non dice niente, ed al momento non voglio avventurarmi nei forum ad alto contenuto di estrogeni e poco costruttivi, quindi restiamo così, col mistero della loro età. Che poi, è vero, Theo Hutchcraft ed Adam Anderson sono proprio boni, ma se non si chiamassero Hurts e fossero in coda alla cassa del supermercato nemmeno me li filerei, forse.

All’attivo i signorini hanno un solo album, uscito lo scorso autunno, Happiness, e 4 singoli di discreto successo anche nel nostro paese.

L’Italia, la disco lento dolorosa di fine anni 80 inizio 90, ed in particolare la scena veronese underground molto di nicchia (al limite del fallimentare) sono, a detta degli Hurts, le loro maggiori influenze. Si fa anche il nome di Den Harrow, tra i tanti.

Theo ed Adam, ingellatissimi ed inamidati, adorano calcare la mano in quello che è uno stile molto ricercato, quasi ribellandosi agli outfit di innumerevoli hipsters che sfoggiano look trasandati che per quanto studiati sono sempre da mugnaio del dopoguerra, o di adorabili donzelle, abbigliate da operaie della Russia pre-Perestrojka.

Gli Hurts sono chic e raffinati. Esattamente come la loro musica. Theo, ai microfoni, ha una voce straordinaria, limpida, chiara, che benissimo si sposa con le melodie del socio Adam, addetto ai sintetizzatori e alle chitarre. Già a partire dal primo brano del disco, Silver Lining, dal forte impatto emotivo, abbiamo un’idea generale ed ampia delle sonorità dell’album: vocalizzi delicati ed a tratti struggenti, ritmi suggestivi ed eterei, che attingono profondamente dai lavori di Depeche Mode, per fare un esempio. Ci ritroviamo catapultati in un decennio padre di grandi film d’amore drammatici, che a loro volta sfornavano epiche colonne sonore. A Silver Lining si sussegue Wonderful Life, primo singolo estratto da Happiness, scelta scontata. La canzone si apre con un metronomo a scandire il ritmo, ed il resto del brano mantiene uno schema ripetitivo. Volendo fare un paragone , potremmo azzardare al Timbaland di Apologize, guarda caso anche lui appassionato di discolento. Da una superstar all’altra, per Devotion abbiamo la specialissima partecipazione dell’ex fidanzatina d’Australia Kylie Minogue e, a dire il vero, il novellino Theo non sfigura per niente al suo fianco. Duetto riuscitissimo. Sunday, sistemata in un’anonima posizione numero 4 nella tracklist, è un piccolo capolavoro: impeccabile sotto tutti i punti di vista, liricalmente sbeffeggia un po’ Manic Monday. Potrebbe brillare di luce propria e valere per tutto il disco che invece mantiene alti livelli fino alla fine. Questa fine, impreziosita da una ghost track: Verona. A metà tra un outro ed un brano vero e proprio, i romanticissimi Hurts omaggiano platealmente una città che a quanto pare ha dato loro molto, e Theo pronuncia una “r” italianissima, da brrrividi.

From the first time that I saw you
Verona, I knew
That tomorrow would be different
With a lady like you

Appuntamenti live in Italia: per ora nulla, sono passati per Bologna il mese scorso.

Solito dubbio di quando si parla di band emergenti di successo: saranno autentici? Dureranno? Incideranno un secondo album dimenticabile? Non lo so, il loro disco in repeat nell’iPod mi dice “chissenefrega”.