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Illustrazione di ELENA XAUSA

Il paragrafo della nostra esistenza con incipit “lunedì” e chiusura “venerdì” ha in questo periodo un sapore decisamente amarognolo. La frivolezza del caldo che fu è ormai un lontano ricordo, da rispolverare solo ricorrendo più volte all’indice perché la memoria, anch’essa impigrita dall’umido clima, non si sbatte a rintracciarla a comando. L’uggiosità accompagna le nostre settimane unita alla crudeltà dell’ora solare che ci priva, senza troppi convenevoli, di preziosi momenti di luce quando ci liberiamo dalla schiavitù lavorativa. Siamo abbastanza in down, ammettiamolo, e aneliamo il week end più che mai, caricandolo di aspettative dalle proporzioni mastodontiche. Sentiamo l’esigenza di evadere, di regalarci qualche brivido effimero in cui crogiolarci durante la monocroma routine settimanale. Ecco così fiorire, complice il meraviglioso mondo low cost del web, una miriade di trasferte fantasiose.
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La creatività non ha limiti, si spazia dal week end relax in SPA alla vacanza in montagna, al mare, sul lago, in palude, nel bosco, in vigna, nella capitale europea, extracomunitaria o, addirittura, all’esplorazione intercontinentale (faccio fatica a comprendere il significato di una tre giorni a New York, non riuscirei neppure a comunicare al mio intestino che deve settarsi su un nuovo fuso, ma probabilmente sono troppo old style). Anche chi non ha lo slancio per tuffarsi in esplorazioni così itineranti si cimenta comunque in qualche spostamento per vedere, respirare e godere di qualcosa di nuovo, diverso e rigenerante. Da parte mia sposo in pieno questo mood. Amo viaggiare e la voglia di evadere dalla sonnolenza invernale mi sprona alla ricerca di mille e una proposta scoppiettante. Ultimamente me la sono viaggiata abbastanza, esplorando vari lidi di nuovo e ritrovato fascino e ho riflettuto su un momento topico che, ovunque, mi si palesa in questo peregrinare lontano dalla tana. Vorrei condividerlo con voi. Quando il rassicurante e conosciuto è lontano, come comportarsi ecologicamente parlando? La questione è veramente di lana caprina. C’è chi schiera dalla parte dei conservatori, i paladini dell’habitus (non parliamo di tubino, facciamo gli spocchi latineggiando) che, ovunque si trovino, anche in capo al mondo, esigono di ritrovare intonso il sapore di casa. Appartengono a questo gruppo coloro che, sciacquando con moderno doppio pulsante (quello per bisogni discreti e quello per bisogni importanti) le offerte locali vanno alla ricerca di ciò che già conoscono, per non cadere in fallo e portare a casa intonse le papille. Temono l’errore e, generalmente, utilizzano questo comportamento anche per il cibo pretendendo, per esempio, una casereccia carbonara in una tenda tuareg. Al lato opposto albergano gli sperimentatori, coloro che si tuffano in doppio carpiato bendati da 15 metri nel mondo enologico che gli si presenta. Totalmente inermi abboccano a qualsiasi proposta dei locals esponendosi alla mercè degli individui ospitanti. Come sempre, o quasi, nel mezzo alberga la saggezza. Sebbene protenda per il secondo estremo ho imparato, a spese delle mie papille e del mio portafogli (ricordo ancora con astio i 9€ parigini per un misero shottino di Chablis di bassissima levatura) che è opportuno scoprire il nuovo con cognizione di causa.

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Un ventaglio di variabili devono essere vagliate. Se la permanenza è breve e siete intenzionati ad un banchetto in qualche locale dedicate il giusto tempo alla carta dei vini. Se è ermetica i prodotti saranno locali quindi potrete scegliere in allegrezza in base ai vostri gusti o all’empatia che saprà suscitarvi il naming. Se la lista è corposa andate alla ricerca di un nome che vi comunica qualcosa, magari che avete sentito da qualche amico o di cui avete sbadatamente letto. Se brancolate nel buio giocate il jolly e, dopo una sana googlata, chiedete al cameriere quale sia il vino della zona che vi consiglierebbe. Se siete all’estero è fondamentale specificare che non siete alla ricerca di un vino abboccato o dolciastro che dir si voglia. ‘E facilissimo, infatti, incappare in accattivanti vini bianchi o rossi promettenti prati fioriti e cesti di frutti che però maturano in bocca con nauseante picco insulinico. Non dimenticate che il prezzo non è che un tassello del puzzle, non assurgetelo a bibbia.
Se invece siete più naif e andate alla ricerca di un aperitivo o una serata easy tuffatevi nelle enoteche o vinerie piuttosto che nei bar, lasciatevi consigliare palesando il vostro budget e non rimarrete delusi.
Ho scoperto tra i migliori vini locali chiedendo consiglio a simpatici venditori di piccole botteghe e spendendo decisamente il giusto. Fondamentale è la geolocalizzazione. Prediligete il locale, è più autentico, tendenzialmente al meglio delle sue possibilità, potenzialmente difficile da reperire altrove e più economico (capite bene che se a il vostro amato Sangiovese deve arrivare a Reykjavik per farsi gustare dovete, perlomeno pagargli il biglietto).
La vostra permanenza è fortunatamente più lunga? Non disdegnate il supermercato, date più peso al prezzo, e fate la vostra scelta completando con formaggi e delizie locali, esperienza super autentica garantita.
Vi percepisco predisposti, iniziate a documentarvi sui tesori enologici della vostra prossima meta e non lasciatevi cogliere impreparati, sarà un’esplorazione spero ricca di sorprese. Cheerssss!!!