Sono follemente innamorata di Lui: non posso proprio farne a meno. È un legame di passione, che mi infuoca i lombi e mi annebbia il cervello. Dovendo scegliere -e purtroppo per millantare snellezza la terribile richiesta si presenta – rinuncio più volentieri a nutrirmi che a Lui. Toglietemi tutto, datemi solo fieno, polveri, terriccio aromatizzato, pasticche o aria in carpione ma non toccatemi il VINO. Il nettare degli dei è un mio limite assoluto.

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Forse perché natia delle Langhe, o magari perché mia nonna mi dava come merenda fin dalla più tenera età non frutti, pane e marmellata, crostate o focacce ma un delizioso manicaretto di sua creazione, il pane bagnato con Barbera d’Asti e zucchero. Una delizia senza precedenti, che ogni tanto mi fa sognare a papille gustative trepidanti di desio. Il pane croccante (una pagnotta classica con crosta dorata, non i pani di legno che durano 3 settimane, il classico pane giornaliero che da tutto sè stesso nelle 24 ore) tagliato longitudinalmente, un’abbondante cascata di Barbera seguita da una pioggia di zucchero semolato, 3 minuti d’attesa per fare in modo che i tre ingredienti si accoppino selvaggiamente e il gioco è fatto.
Ripensandoci con razionalità e distacco potrebbe non sembrare un’idea geniale iniziare una frugoletta seienne alle gioie enologiche. Credo sia per questo che mia madre, quando in occasioni conviviali con amici ho diffuso le tradizioni di famiglia, si è sempre agitata come una tarantola, minimizzando e affermando chiaramente che lei ne era all’oscuro e che fosse impossibile che la sua saggia genitrice mi nutrisse in siffatta maniera.

Ciò detto, chiaramente, a mio avviso gli astemi sono da classificare tra i diversamente abili. Non c’è dubbio. Pur applicando tutte le mie doti di comprensione, astrazione, contestualizzazione e quant’altro non riesco a comprendere come, se non sussistono motivazioni gravi a livello medico, si possa negare l’accesso al vino alla propria vita. P.Q.M.??? Per Quale Motivo??? Come si può sciacquare in toto un mondo fatto di sapori pressoché infiniti, profumi, storie, puerile ed incondizionata allegrezza, disinibizione, endorfine che viaggiano a briglie sciolte, terre, mani nodose, protagonismo linguale, limoni duri ed inaspettati, durelli lascivi, bottiglie, semantica inesplorata, nuvole muschiate, sudore di ermellino e sottocode di mulo? Come privarsi della possibilità di far danzare in bocca vini sconosciuti e decantarne aromi inenarrabili di propria invenzione? Avete idea della coolness che si acquisisce a dominarLo?

Proprio ieri, di fronte ad una concentratissima delegazione di cinesi intenti in una degustazione, ho spiegato con trasporto e autorevolezza che il Sauvignon Blanc che stavano assaporando aveva note di nido secco di passero. Ovviamente era puro frutto della mia gaudente follia ma loro mi hanno creduta perché, oltre ad essere ammaliati dal mio charme caucasico, il vino permette infinite letture. Il vino è significazione aperta, è un racconto da interpretare. A parte note aromatiche e gustative più evidenti, tipiche dei vari vitigni o frutto delle tecniche enologiche, i livelli e le possibili interpretazioni di un vino sono infinite. Ciascuno interpreta i segni con il suo bagaglio. La chiave sta nel lasciarsi andare e provare ad applicare sensi e categorie in modo nuovo.

Provate ad instaurare una relazione. Prendetevi un momento per voi. Stappate una bottiglia dignitosa (dai 4/5 euro in su al supermercato) dopo averla conservata adeguatamente – bianco e bollicine fresche, rosso temperatura ambiente – prendete un calice, versatelo e date inizio alle danze. Non abbiate fretta, dovete riscoprire un linguaggio, creare le vostre parole diVine. Osservate il colore, gli archetti, inalate gli aromi e cercate. Forzate il cervello a dare un nome a ciò che sentite, delle immagini, dei ricordi, delle assonanze. Vi stupirete di ciò che il vostro olfatto verbalizzato vi regalerà.
Infine gustate. Lasciate scivolare il liquido in bocca, senza tracannarlo ma facendogli fare un viaggetto tra le diverse papille gustative, prima lateralmente e poi in centro. Il trucco è prendere un sorsetto e, a denti stretti aspirare aprendo le labbra agli estremi, disegnando un infinito. Anche qui, ciò che solitamente avete percepito come monotematico vi sorprenderà con un’armonia di elementi.
Finalmente deglutite e lasciate che il nettare faccia il suo sul vostro buonumore. Ripetete l’operazione per affinare la tecnica, più e più volte.

Nell’indesiderabile ipotesi che l’esperienza non vi soddisfacesse non disperate, c’è sempre quel tozzo di pane in dispensa, con lo zucchero accanto.
Lo mangiano i bambini…

Illustrazione di Elena Xausa