Se conoscete i Massimo Volume, con ogni probabilità conoscerete anche Ryan Mendoza: è proprio lui l’autore del dipinto che fa da copertina all’ultimo disco del gruppo bolognese, Aspettando i barbari, uscito lo scorso 1° ottobre.

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Ryan Mendoza, Abandoned house interior with fur coat

Molti altri avranno sentito parlare di Ryan Mendoza durante l’estate del 2012, quando a Napoli è stato fermato dalle forze dell’ordine per “procurato allarme” a seguito di una sua performance a sostegno delle Pussy Riot, che proprio in quei giorni venivano arrestate a Mosca con l’accusa di teppismo e incitamento all’odio religioso. L’artista aveva calato dalla finestra di un palazzo un lenzuolo al cui interno sembrava imprigionato qualcuno. Rilasciato qualche ora dopo, ha fatto notare come le cose sarebbero andate diversamente se, anziché in Italia, ci fossimo trovati in Russia, dove ancora oggi delle artiste e attiviste possono essere brutalmente messe a tacere. A partire dal 29 novembre e fino al 10 gennaio 2014 lo spazio ABC di Bologna ospita un’attesa personale di Ryan Mendoza dal titolo Chromophobia, venti tele inedite che hanno come soggetto volti e corpi di donne e uomini, a cui in diversi casi lui stesso ha chiesto di posare.

Cerchiamo di capire qualcosa in più su di lui.
Natonel 1971 New York, Ryan Mendoza è ad oggi considerato una delle voci emergenti più autorevoli nell’arte. Non a caso tra i suoi primi ed entusiasti sostenitori troviamo nomi “famosi” come Irvine Welsh e Milan Kundera. La storia personale di Mendoza si intreccia successivamente ai due estremi dell’Europa, Napoli e Berlino, le due città tra cui fino ad oggi ha vissuto e lavorato. Pochi giorni fa ha però annunciato il suo imminente ritorno negli Stati Uniti, per proseguire la sua ricerca personale nella terra natale.

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Ryan Mendoza, Joy Road

Ad un primo sguardo veloce alle tele, si nota come la sua attenzione sia concentrata particolarmente sui ritratti, volti e corpi indagati con precisione anatomica. La carta da parati a fiori è spesso un indizio che ricorre e insieme a tende, stucchi e lampadari ci introduce in misteriose scene di interni, immortalate con la rapidità di un obiettivo. Leggiamo che una parte fondamentale della sua ispirazione viene dalle vecchie fotografie che continuamente compra nei flea market in giro per il mondo e dalle quali prende in prestito suggestioni ed immaginari. A volte i soggetti sembrano emergere dal buio, proprio come in una fotografia vecchia e sbiadita, o all’opposto in una fotografia nel momento stesso in cui si imprime sulla pellicola, quando il bianco fa affiorare le sagome, un attimo prima che il colore compaia con forza a riempirne i contorni.
A fare da filo rosso in Chromophobia sono state le pagine di Everything is mine, il suo diario personale che racconta, tra le altre cose, del trasferimento di Mendoza dagli Stati Uniti a Berlino e della sua vita in Europa, e che Bompiani pubblicherà nel 2014. Durante l’inaugurazione le pagine del diario hanno ricoperto i pavimenti dello spazio espositivo, e i visitatori hanno potuto così esserne i primi lettori ufficiali e interattivi. Ma non solo. Tra le pagine sparse erano nascosti 10 fogli dattiloscritti autografati dall’artista, e chiunque abbia avuto la fortuna di trovarli si è aggiudicato un disegno di Mendoza.

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Ryan Mendoza, Chromophobia

L’inaugurazione della mostra bolognese è stata anche l’occasione per l’artista di salutare l’Italia, prima di fare definitivamente ritorno negli Stati Uniti. 

Nascere a New York negli anni Settanta non doveva essere come nascere in un posto qualunque in un momento qualunque. Quegli anni Settanta li immaginiamo come un periodo leggendario, una serie ininterrotta di entusiaste sperimentazioni, cambiamenti in ogni campo in rapida successione tra loro. Le allora prime installazioni video di Bruce Naumann, la imponente e poetica Running fence di Christo e Jeanne Claude, le distese desertiche ricoperte di pali/parafulmine di Walter De Maria sono i nuovi tela e pennello dell’artista.

Ben consapevole di tutto questo, oggi Mendoza decide di restare legato alla pittura. A porre l’attenzione sulla profonda intenzionalità di questa scelta è anche uno dei suoi primi sostenitori, lo scrittore Milan Kundera, che con poche parole dice molto su quali siano attualmente gli stati generali della pittura: “In this world that has renounced the brush, he wants to remain a painter”.

Ryan Mendoza, Hanging in abandoned apartment

Ryan Mendoza, Hanging in abandoned apartment

In un mondo che ha rinunciato ai pennelli, cosa significa essere pittori oggi? In che rapporto ci si pone con la pittura del passato? Domande forse difficili, ma che gusto c’è nelle cose troppo facili?

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Ryan Mendoza: CHROMOPHOBIA
Dove&Quando: Spazio espositivo ABC, via Farini 30,  Bologna – Fino al 10 gennaio 2014 – Da lunedì a sabato dalle 16.00 alle 20 (mattina su appuntamento). Ingresso gratuito.