È il 1 dicembre del 1955 e siamo a Montgomery, Alabama, nel profondo sud degli Stati Uniti. In un contesto di lotte per i diritti civili e di segregazione razziale, una piccola donna non sa che sta per cambiare le sorti della storia. Si chiama Rosa Parks, è nata in quella cittadina nel 1913 e fa la sarta per un grande magazzino. Dal 1943 aderisce al Movimento per i diritti civili nelle vesti di segretaria della sezione di Montgomery della National Association for the Advancement of Colored People.

GIovane Rosa PArks

Come molti suoi concittadini, dopo una lunga giornata di lavoro prende un autobus per tornare a casa. Ma quel giorno il bus è molto affollato e, non trovando posto libero nel settore riservato agli afroamericani, Rosa decide di sedersi al primo posto dietro alla fila riservata ai bianchi, nel settore dei “posti comuni”.

Un uomo bianco sale poco dopo e si trova costretto a restare in piedi e, quando le viene chiesto di lasciare libero quel posto -così come previsto dalle legge-, lei dice NO rifiutandosi con dignitosa fermezza.

Un gesto doppiamente forte poiché compiuto non solo da una donna, ma da una donna afroamericana, quindi del “colore sbagliato”.

L’autista ferma il veicolo e chiama due agenti di polizia per risolvere la questione. Rosa viene arrestata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine che, a quel tempo, obbligavano le persone di colore a cedere il proprio posto ai bianchi nel settore comune, quando in quello a loro riservato non ve ne erano più disponibili.

È così che ebbe inizio una rivoluzione fino a poco prima inimmaginabile. Non aveva idea, la Parks, che rifiutandosi di dare il suo posto su quel pullman avrebbe aiutato a metter fine alle leggi di segregazione.

Ma andò proprio così. Perché non servono persone speciali. Ognuna di noi può fare la differenza.

Rosa venne liberata la sera stessa grazie a una cauzione pagata da un avvocato bianco antirazzista. Rosa dirà in seguito: «Non ricordo di aver provato un grande sentimento di paura. Ricordo invece di aver avvertito un moto di orgoglio nel momento dell’arresto».

Sull’onda del rivoluzionario gesto di Rosa, quella stessa notte, il ventisettenne pastore protestante Martin Luther King si riunì insieme ad altre decine di leader delle comunità afroamericane per discutere dell’accaduto e per mettere in atto una serie di azioni di protesta. Il 5 dicembre 1955, giorno del processo di Rosa, fu lui a parlare in sua difesa. A lei non venne data la parola.

Quel giorno fu l’inizio dei boicottaggi dei mezzi pubblici di Montgomery da parte degli afroamericani, protesta che si concluderà solo 381 giorni dopo, il 21 dicembre 1956. Quello che non tutti sanno è che quel boicottaggio non fu progettato da Rosa Parks o da Martin Luther King o dai leader afroamericani. Fu ideato da una donna, Jo Ann Robinson, presidente del Women’s Political Council, un’associazione femminile afroamericana. La Robinson, non appena informata dell’arresto di Rosa Parks, si organizzò con determinazione, prontezza e segretezza.

Nella notte fra il 1° e il 2 dicembre 1955, stilò un breve comunicato anonimo che riportava la seguente comunicazione: «Un’altra donna negra è stata arrestata e gettata in carcere perché ha rifiutato di alzarsi e cedere il posto ad una persona bianca sull’autobus».

Era un invito per i cittadini neri a non utilizzare gli autobus il 5 dicembre, giorno appunto del processo di Rosa. Il volantino era conciso e privo di retorica. Non c’era Facebook, non c’era whatsapp, ma Jo Ann riuscì a stampare il volantino in circa cinquantamila copie in una notte. All’alba venne organizzata la distribuzione presso scuole, negozi, birrerie, saloni di bellezza e barbieri. Riuscì ad informare tutti.

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Era in corso una delle più straordinarie dimostrazioni di resistenza non violenta che si ricordino.

La protesta assunse proporzioni sempre più ampie e ottenne il sostegno dei tassisti afroamericani che adeguarono le loro tariffe a quella degli autobus mettendo in ginocchio la rete di trasporti pubblici locali, usati soprattutto da neri. La ribellione di Rosa Parks riuscì così a raggiungere il suo obiettivo più importante: il 13 novembre 1956 la corte suprema dichiarò incostituzionale la segregazione sui bus negli Stati Uniti.

In un’intervista Rosa disse:«credevo che finché noi afroamericani avessimo accettato in silenzio quella restrizione, loro avrebbero creduto che noi eravamo d’accordo con quel trattamento.Io non volevo dare l’impressione di essere d’accordo con tutto ciò. Molti dissero che quel giorno non mi alzai perché ero stanca dopo una dura giornata di lavoro. Ma non è vero. Ero invece stanca di cedere».

Questo enorme successo però mise Rose e suo marito in pericolo: iniziarono a ricevere numerose minacce di morte e a nessuno dei due venne più dato un lavoro. Furono costretti quindi a lasciare la città e fuggire a Detroit dove, dal 1965 al 1988 Rosa venne assunta come segretaria per il membro del congresso John Conyers.

Nel 1999 Time magazine la definì una delle 20 figure del XX secolo più influenti.

A lei fu dedicata la canzone Blackbird dei Beatles, e al suo personaggio si ispirò il libro e il film La lunga strada verso casa, del 1990.

Nel 2003 il bus numero 2857 su cui viaggiava fu restaurato ed entrò a far parte del Museo Henry Ford. Rosa si spense, poi, il 24 ottobre del 2005, all’età di 92 anni.

Nel 2015, con la campagna #alpostogiusto, l’Italia ricordò Rosa Parks a 60 anni dal suo “NO”. Molte città vennero attraversate da mezzi pubblici con la scritta “60 Rosa Parks” sul loro display. All’interno di alcuni bus e tram, artisti, scrittori e migranti per parlare di discriminazione e raccontare la storia di questa donna coraggiosa.  Un’iniziativa importante che sarebbe bene riproporre ogni anno, soprattutto in periodi come questo, dove il problema del razzismo non è di certo superato.

Perché sono passati 62 anni ma alcune violenze fanno parte della vita di tutti i giorni, ancora oggi.

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