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Essere padre ed essere fotografo: due ruoli che una persona si può trovare a dover assumere nella vita, e nella maggior parte dei casi, senza grossi sconvolgimenti. Quando però l’oggetto del tuo sguardo è la malattia di tuo figlio, le cose cambiano.

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Difficile rimanere impassibili di fronte alla tenerezza delle fotografie della serie Echolilia: i ritratti, realizzate da Timothy Archibald nell’arco di tre anni (dai 5 agli 8 anni del figlio Eli), colpiscono nel profondo perché, ben lontani dall’evidenziare una condizione di disagio o di malessere, raccontano l’inaspettata e genuina visione del mondo di un bambino dotato di una creatività e una fantasia sfrenata. Intimità, malinconia e bellezza si mescolano tra di loro.

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La prima reazione alla notizia della condizione del figlio non è stata di distacco e di disperazione, di rifiuto della realtà: al contrario, Timothy ha pensato fin da subito che coinvolgerlo tramite la macchina fotografica fosse il modo migliore per trovare una chiave di comunicazione e di interazione con lui.

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What’s the main message you hope people take away when viewing this series?

“This is your child. He is born of nature, like everything around us. He may not be “perfect”, but nature isn’t perfect. So let’s accept it, be up front about it, let him be proud of it, and here, let us define it ourselves.” 

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Una sfida quotidiana, a volte spossante, sicuramente una testimonianza di un approccio sensibile e onesto della fotografia nei confronti dell’autismo: un vero e proprio “rifarsi gli occhi”.