Polaroid al cioccolato.

Il primo vero ricordo della polaroid in quanto strumento fotografico e oggetto dei miei sfrenati desideri risale al 1991, quando in quinta elementare partecipai ad un concorso di disegno con in palio la suddetta macchina.

Non ebbi particolare fortuna (leggi: non ero per niente brava a disegnare). La vincitrice, tale Elena mia compagna di classe, nemmeno ci teneva troppo al premio vinto: come lei stessa mi ha confessato successivamente, dopo aver utilizzato la pellicola in omaggio da dieci pose non ne acquisto più. La macchina giace inutilizzata dietro a qualche anta dell’armadio della sua cameretta da allora, credo. Quanto spreco, quanta delusione. Io le avrei dedicato molto più tempo, passione e cura, ne ero certa e lo sono tutt’ora.

Riflettevo quindi che esiste la remota ma abbastanza certa possibilità che i miei pronipoti non abbiano idea di cosa vuol dire tenere in mano una polaroid e scattare un’istantanea. L’istantanea per loro sarà qualcosa che ha a che fare con la nota applicazione per iphone, o più in generale, con la possibilità di scattare una fotografia tramite il proprio telefono o con una compatta digitale. Che va benissimo, per carità: ma non è proprio la stessa cosa per chi, come me, proviene dalla generazione dell’attenzione per lo scatto e dello “sventolamento” energico della polaroid appena uscita dalla macchina.

Ho deciso quindi di non arrendermi e di tramandare nel futuro questa consapevolezza e questo know-how. Porterò con me anche queste polaroid di Marco Giambrone, scattate con una EE100 e una pellicola che, chiamandosi Chocolate, i pronipoti li conquisterà sicuramente.

Sono immagini profumate che raccontano i dettagli di un senso di appartenenza in modo delicato. Appartenenza a cosa? A luoghi e ad istanti per lo più.

Poi ci sono le ragazze: in alcuni casi vere protagoniste dell’inquadratura, capita che ti fissino dritto negli occhi mentre giocano con il vento.