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Credo che i bambini, pur avendo ancora molto da imparare, in alcuni casi possono davvero essere dei maestri di vita, perché ci ricordano di tutte quelle cose che anche noi da piccoli sapevamo ma che con il tempo, purtroppo, abbiamo del tutto dimenticato.

“Un bambino può insegnare sempre tre cose ad un adulto: a essere felice senza motivo,
a essere sempre occupato con qualche cosa,
e a pretendere con ogni sua forza quello che desidera”.
Paulo Coelho

Quando siamo piccoli non ci facciamo troppe domande, non “sentiamo” il passato o il futuro: il nostro unico impegno è il gioco di oggi, il nostro “lavoro” è il fare, il galleggiare nell’esistenza senza farci domande. Poi cresciamo, incontriamo genitori e maestri, siamo costretti a plasmarci su un modello che ci è del tutto estraneo.
La mente si sviluppa, si arricchisce, i sensi iniziano a scivolare lentamente in secondo piano, il cervello diventa la nostra priorità, il nostro biglietto da visita. E così quel bambino libero che eravamo, lentamente si allontana, fino a scomparire.
A differenza nostra, i bambini sono flessibili, sanno scoprire nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose. I bambini sono  veloci, intuitivi, anticonformisti, riescono a scavalcare i meccanismi ovvi e scontati della logica “adulta”; si focalizzano su un dettaglio e ci inventano attorno un mondo.
E non gli interessa nulla delle superstizioni, delle credenze, delle passioni, dei condizionamenti ambientali, familiari, culturali, religiosi. A noi che cosa è rimasto di tutta questa freschezza?
Dove abbiamo messo il nostro “bambino”?

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Vi siete mai chiesti perché, in questa fase di transizione così difficile, instabile e precaria, avvertiamo un profondo bisogno di colore? Come mai abbiamo arredato le nostre case con mobili variopinti, ironici, morbidi, ludici? Perché lavoriamo su computer colorati come caramelle, perché ci mettiamo alla guida di automobili piccole come giocattoli, dalle forme morbide e rassicuranti? Forse è perché l’umanità ha bisogno di un po’ di sorriso. E anche noi abbiamo voglia di ritornare nella nostra stanza dei giochi.

Osserviamo i bambini: mentre giocano entrano in un mondo incantato, in un “non luogo” in cui non valgono più gli schemi della comunicazione tradizionale né i paradigmi mentali degli adulti.
In questo spazio magico e privato, che tuttavia può essere aperto a chiunque chieda di partecipare sottostando alle “non regole” del gioco, i bambini possono restare per ore in silenzio o comunicare usando strani linguaggi per noi privi di significato apparente. Eppure si intendono, anche quando appartengono a razze o estrazioni sociali diverse: il loro fare fluisce sereno e senza intoppi all’interno di un “non tempo” di speciale forza creativa, dove non si avverte la necessità di alcuna spiegazione. Così, anche senza saperlo, i bambini mettono in pratica attraverso il gioco quello che gli antichi greci chiamavano “eudemonismo”, cioè la ricerca della felicità. Ma lo fanno in maniera spontanea, libera, senza pensare a quello che stanno facendo. E a volte, come adulti, ci viene la tentazione di chiedere ai bambini che cosa fanno nel loro mondo segreto, chi sono i loro amici, come funzionano i loro giochi: nella stragrande maggioranza dei casi, un bambino ci risponderà con una bugia. Ed è giusto che sia così: noi non possiamo capire. O meglio: il nostro errore consiste proprio nello sforzo di voler capire, mentre ci dovremmo semplicemente limitare a essere, anche noi, dentro la nostra stanza dei giochi.