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Come tutte le cose che passano inosservate, anche i film che sfuggono all’attenzione riservano belle sorprese. E’ il caso di Red Road, vincitore del Premio della Giuria a Cannes 2006 e tuttavia snobbato da critica e pubblico.

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Vale invece la pena recuperarlo, per la sottile analisi che esso compie sullo sguardo, umano e artificiale. Jackie è l’occhio sulla piccola, desolata, città di Glasgow. Dalla sua postazione di voyeur legalizzato osserva le vite degli altri, non per spiarli in teoria, piuttosto, come dice il sistema “to serve and protect”, per servirli e proteggerli, come una divinità un pò guardona.

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Jackie guarda, è condannata a guardare. E nei mille occhi delle telecamere che frugano nulla le è risparmiato. Esse scavalcano le finestre, a svelare la solitudine cicciona di una addetta alle pulizie, tolgono il velo sulla dolcezza molle e straziante di un cane anziano e il suo padrone, e sull’irresponsabile ragazzina che sosta in minigonna in un parcheggio, alla mercè di bulli e stupratori.

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Forse si può chiamare la polizia per la fanciulla, risparmiarle la derisione e lo stupro, occhi sbarrati però e nessun intervento per l’inserviente, per il vecchio che si consuma insieme al suo vecchio cane. Ogni tanto qualcuno tira fuori un coltello, ogni tanto qualcuno si bacia, è la vita. Ogni tanto qualcuno muore – è piena di morte la vita – mentre le telecamere sono spente, oppure girate.

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E’ accaduto così proprio a Jackie, che ora abbraccia le ceneri a letto di figlia e marito. Un dolore irreparabile che non trova consolazione se non nel guardare altro dolore che si consuma. Ma aspetta, qualcuno che già conosce strizza l’occhio alla telecamera dal parcheggio di un casermone. E’ lui, proprio lui, l’assassino. Libero e tronfio e non solo un’immagine registrata ma un uomo che mangia, cammina, fuma, beve, ha amici, sorride.

Chi è quest’uomo che ha ucciso. Chi è nella periferia più desolata, tra cameriere sconce, squallidi ladruncoli, disperazione ovunque che invade i palazzi come loculi di 70 piani. Non si può guardare attraverso il filtro del film quest’uomo. Bisogna scendere in strada, toccarlo, sì, toccare quest’arma di distruzione. Capire chi è e perchè, perchè è un assassino. Il mio assassino.

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Capire perchè l’atto di protezione è fallito, proprio nel giorno più necessario, quando tutto ciò che si ha di più caro si colloca “out of sight”, lontano dallo sguardo.