“Rompere le barriere. Fare della detenzione un momento di rieducazione e di recupero di una coscienza civile invece che la semplice applicazione di una pena: se l’ingresso del design in carcere raggiungesse anche solo questo obiettivo sarebbe per me un dato positivo.” Con queste parole, Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum,  proprio il mese scorso incontrata da Cosebelle in occasione della Budapest Design Week 2013, introduce Recupero, la mostra che dal prossimo 29 ottobre presenterà a Milano una selezione di progetti, frutto della collaborazione fra artisti e designer contemporanei e l’associazione Artwo – Arte Utile, realizzati dai detenuti della Casa Circondariale di Rebibbia – Nuovo Complesso di Roma. Abbiamo incontrato Valia Barriello, architetto, ricercatrice in design  e curatrice dell’evento per conoscere da vicino questa esperienza, nella quale l’aspetto sociale del design torna ad essere centrale.

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COSEBELLE –  Come nasce la mostra “Recupero”?
VALIA BARRIELLO – La mostra Recupero è un progetto democratico, nato dall’incontro tra l’associazione culturale Artwo, che si occupa di Arte Utile, e la Triennale di Milano. Le caratteristiche principali che connotano Artwo sono l’uso esclusivo di materiali di recupero, la progettazione da parte di artisti e l’autoproduzione degli oggetti all’interno della Casa Circondariale di Rebibbia. In vista di una possibile esposizione del lavoro di Artwo, che è attiva dal 2005, abbiamo deciso di coinvolgere alcuni noti designer italiani che, nella loro storia progettuale, si sono già occupati di materiali di scarto e progettazione sociale.

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La selezione dei progettisti, fatta dalla direttrice del Triennale Design Museum Silvana Annicchiarico, Luca Modugno fondatore di Artwo, e me, è stata quasi naturale. Alessandro Guerriero che nel 1997 ha fondato la cooperativa del Granserraglio, Riccardo Dalisi che ha coinvolto in passato i ragazzi di strada, Paolo Ulian che ha fatto del recupero la sua filosofia progettuale, e ancora grandi nomi come Alessandro Mendini, Duilio Forte, Massimiliano Adami, o giovani progettisti come Andrea Gianni di Subalterno1, Lanzavecchia + Wai e Sara Ferrari. Tutti questi nomi sono andati a sommarsi a quelli degli artisti -Ivan Barlafante, Stefano Canto, Fabio Della Ratta, Carlo De Meo, Michele Giangrande, Francesco Graci e Yonel Hidalgo- che accompagnano Artwo dalla sua fondazione. Il risultato è stato incredibile: una collezione ricca e eterogenea di progetti innovativi, oggetti di uso comune che strizzano però l’occhio al mondo dell’arte. Il titolo della mostra ha un doppio significato perché oltre al materiale utilizzato si riferisce anche al percorso che compiono i detenuti durante lo sconto di pena.

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CB – Quali sono state le reazioni dei detenuti nei confronti del progetto promosso dall’associazione Artwo?
VB
– Alla nascita di Artwo, come mi ha raccontato spesso Luca Modugno, e all’apertura all’interno del reparto G8 di Rebibbia del laboratorio dove vengono realizzati gli oggetti, i detenuti erano molto diffidenti. Ci sono voluti anni perché iniziassero a fidarsi di una persona esterna e a capire che avrebbero avuto dei vantaggi, quali il reinserimento lavorativo, aderendo al laboratorio. Luca mi ha raccontato che i primi anni non sono stati facili ma i risultati ottenuti e l’impegno e la dedizione dei condannati alla fine lo hanno ripagato di tutti gli sforzi investiti. Dopo la mia visita presso il carcere di Rebibbia ho potuto constatare di persona i frutti di questo lungo lavoro. Ho conosciuto delle persone entusiaste di realizzare i progetti, desiderose di comunicare e di fare bene che non esitavano a chiedere consiglio e allo stesso tempo proponevano soluzioni tecniche.

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Il laboratorio Artwo all’interno del reparto G8 di Rebibbia, a cura di Massimo Di Nonno

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Il laboratorio Artwo all’interno del reparto G8 di Rebibbia, a cura di Massimo Di Nonno

CB – Puoi raccontarci un aneddoto legato alla realizzazione di uno dei prodotti in mostra?
VB
-Durante la visita dei laboratori di Artwo i detenuti stavano lavorando al progetto di Sara Ferrari:  un orologio realizzato con gli scarti di pelle su cui poter “tatuare”, grazie a un’incisione al laser, un disegno libero fatto a mano. Giovanni, che lavora ad Artwo dalla sua fondazione, ci ha spiegato di voler scrivere “finepenamai” (ergastolo, in gergo) e disegnare sotto una coppia di sposi. Giovanni è condannato all’ergastolo ma, nonostante questo, ha deciso di raccontarlo in modo ironico, con una freddura, per mandare all’esterno un messaggio che strappi un sorriso. Questo mi ha molto colpita.

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CB – Una cosabella
VB
-Un progetto che riesce a trasmettere un’emozione.

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RECUPERO
Dove
Triennale DesignCafé, Viale Alemagna, 6, 20121. Milano.

Quando
Dal 29 ottobre al  15 dicembre 2013 – Dal martedi alla domenica: 10.30/20.30 – Giovedì: 10.30/23.00

Ingresso gratuito