Entrò e notò subito una coperta tigrata sul letto che non aveva nulla a che fare con il resto dell’arredamento. Le fece simpatia, pur non incontrando il suo gusto, perché non aveva mai dormito sotto una coperta tigrata. La casa era bella, grande, curata, con il lavandino in marmo e la finestra sopra il lavandino. Come piaceva a lei.
Un giorno, forse, avrebbe avuto una cosa sua e ce li avrebbe messi. Avrebbe avuto uno stile tra il rustico e l’industriale. Ci sarebbe stata l’isola in cucina e le travi sul soffitto. Sparsi qua e là, solo apparentemente disposti a caso, sarebbero comparsi i ricordi più significativi dei suoi viaggi. Poi libri, tantissimi libri e un frigo pieno di calamite. Basta, non immaginava altro.
Della casa, come della vita in generale, non aveva una visione ampia e chiara ma solo qualche idea qua e là a illuminare volontà e desideri messi insieme senza logica Procedeva disponendo i giorni uno dopo l’altro, come si fa con i piedi su una corda tesa, senza mai alzare la testa per guardare l’orizzonte. Piuttosto, badava a non cadere e le sembrava già qualcosa.

Quella casa con la coperta tigrata non era sua. L’aveva presa in affitto per qualche giorno di vacanza. Giorni che in genere trascorreva nella sua città di origine, dove in effetti si trovava, a casa di sua madre, dove stavolta non era voluta andare. Era a casa ma senza essere a casa davvero.
La vita regala delle circostanze veramente strane, a volte. O forse siamo noi che sciogliamo e annodiamo i fili un po’ a caso, un po’ d’istinto, un po’ come riusciamo. Un po’ come pensiamo sia giusto.

In quel momento, a lei era parso giusto stare da sola e allontanarsi da sua madre. Ancora prima, lasciare il lavoro e rimettere in discussione tutto. Voleva il terzo tatuaggio e voleva un’onda stilizzata sulle costole: un’onda perché le piaceva il mare e perché, come quella, anche lei non si fermava mai. Stava ancora cercando il senso della sua vita o più semplicemente un posto, un ruolo, un filo da seguire. A volte le pareva di averlo trovato ma la sensazione durava poco e quindi ricominciava a cercare, a pensare, a chiedersi, a misurare, ad impaurirsi, ad esaltarsi. Un giorno dopo l’altro.

In quella casa, oltre alla coperta tigrata, c’erano anche delle decorazioni natalizie.
«Che belle!» aveva detto al proprietario, fingendo entusiasmo.

«Sono indietro con i preparativi – le aveva risposto – In genere il 6 Dicembre ne ho già messe molte di più».
Molte di più. A lei sembravano tantissime, ma forse il sentimento che aveva per il Natale non le permetteva di essere ben disposta verso una fila di cuori rossi appoggiati al camino, alcune palline dorate qua e là e qualche alberello stilizzato con le lucine accese.
Capiva la portata emotiva del Natale, capiva il calore che ne scaturiva. Capiva la gioia delle famiglie nel riunirsi e quella delle coppie nello scambiarsi regali. Capiva la frenesia dei bambini. Capiva tutto, davvero, solo che tutto la lasciava indifferente. Lei e il Natale avevano litigato un po’ di tempo fa. E non ricordava nemmeno il momento preciso. Forse l’ultima volta in cui vide la tovaglia di panno usata da sua nonna per non sciupare il tavolo “buono” della sala, dove andavano solo per le feste. Quando le sedie da quattro diventavano dieci e poi venti, quando arrivava in tavola la zuppiera di tortellini in brodo, quando lei saliva in piedi sulla sedia per leggere la letterina di ringraziamento. Chissà.

Il proprietario stava riempiendo una brocca e le faceva domande generiche. Lei rispondeva in automatico, in fin dei conti sono sempre le stesse.

«Perdonami – le disse – Salgo un attimo di sopra e ti porto il caffè per domani mattina».
Quel gesto premuroso la fece sentire un po’ più a suo agio. Mentre aspettava che tornasse, si guardò intorno. Guardò i cuori rossi sul camino e pensò che lì, a quel filo, ci avrebbe appeso volentieri la malinconia: gocce di malinconia che avrebbero brillato alla luce del fuoco. Poi avrebbe preso i ricordi e li avrebbe messi al posto delle palline dorate: in ognuno, una persona, un momento, una parola. Magari una sensazione.
Poi, sugli alberelli stilizzati, avrebbe attaccato dei pensieri: i più semplici in alto, ché le cose leggere volano, i più complicati in basso, a reggere tutto. Al posto del puntale avrebbe messo una bussola per i sentimenti e le emozioni, una bussola che sapesse sempre indicare loro la giusta direzione.

Forse così, con la malinconia scaldata dal fuoco, i ricordi in bella mostra, i pensieri disposti secondo una logica e la vita che sapeva dove andare, il Natale sarebbe tornato ad avere un senso e poteva sperare di piacerle di nuovo. Anche senza la tovaglia di panno. Anche con la coperta tigrata.

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La colonna sonora per questo racconto:

L’illustrazione è di Carciofo Contento.

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