Berghain

Metà ottobre, nebbia e primo freddo pungente. Qualche giorno di ferie avanzate non possono che trasformarsi in un’occasione per prendere il volo e staccare la spina. Relax? Non sia mai. Un bel tour de force a Berlino. Poco tempo e la voglia di immagazzinare il più possibile nuove immagini, suoni, odori. Una sfida al tempo e all’avidità. Perché proprio Berlino? Come il più delle volte accade, ogni mio passo è mosso dal magma musica. La curiosità verso una bella metropoli non ancora visitata e la coincidenza di un concerto che volevo sentire. Howling a Berlino: la scelta è stata semplice, i voli low cost hanno fatto il resto.
Ho iniziato questo post con l’intenzione di scrivere quanto è stato bello il concerto, solito report per intenderci, di quanto Howling live riesca a conciliare una cassa prettamente techno a linee vocali che sono un coltello conficcato a secco nella sensibilità corazzata dall’ondeggiare “dance” del momento. Ma poi è successo che nuovi stimoli abbiano dato la scarica elettrica ad altri pensieri, quindi niente report dettagliato (ma ascoltatevi Howling comunque, che ne vale la pena) a favore di un flusso di coscienza catartico.

Pensare al decennio d’oro ’60 – ’70 mi riporta inevitabilmente alla bandiera inglese dei Beatles. Se dico Aberdeen anni ’90 dico grunge e Nirvana. Se ora si parla di Berlino non si può che parlare di musica techno. La night life berlinese è famosa in tutta Europa e non solo, il Berghain è la mecca degli appassionati del genere, tanto quanto Detroit è stata la sua culla. Quel che differenzia le origini dal seguito è l’immaginario collettivo di musica da sballo che si è creato attorno alla techno negli ultimi anni. Tutti vogliono andare a Berlino per divertirsi e ballare. Il filone della musica elettronica ha preso sempre più piede, tanto da creare un vero e proprio esercito di clubber con le mani alte che si muovono a tempo di cassa dritta. Ora, cercare di riassumere tutta la “nuova” musica digitale in una frase come quella appena scritta sarebbe minimizzare enormemente ed erroneamente, motivo per cui non mi sfiora neanche l’idea di farlo. Mi piace la musica elettronica, mi piacciono molte contaminazioni electro in altri generi e trovo sia stupendo e giusto utilizzare nel miglior modo possibile le opportunità che la tecnologia e i computer ci danno continuamente e sempre di più. Lode alle drum machine tanto quanto ai crash che volano. Ma tutte queste innovazioni portano a domande tipo: “stasera XXX è live o dj set?”. Perché se il grosso del set è in base dal macbook pro, il live non è poi più tanto live.

Partiamo da un presupposto base: fare il dj non equivale a essere un musicista, ma questo non nega la possibilità a un musicista di fare un dj set al posto dell’esibizione live. I dj sono le rockstar del momento: coniugano perfettamente la voce del verbo “fare soldi” facili (nota bene: nessun tono accusatorio, solo di fatto massima resa col minimo sforzo), hanno i free drink in tasca e godono dell’attenzione delle donzelle più facilmente impressionabili. Quel che un dj deve saper fare dietro alla consolle è mixare un pezzo dopo l’altro, a tempo, col giusto gusto (dove “giusto” equivale all’approvazione del pubblico, solitamente manifestata per mezzo del ballo): cdj, piatti e mixer. Saper tener viva la pista non è di certo cosa facile, d’altronde si sa che sono ben poche le persone con un centro di gravità permanente, per questo i dj set incuriosiscono e mettono alla prova anche chi il musicista lo fa di mestiere. Detto ciò, l’intrattenimento e le belle serate ad opera dei dj non possono avvicinarsi, nel mio mondo forse un po’ troppo idealista e “romantico”, alla magia delle performance live. Vedere un live di musica elettronica è sicuramente molto differente e inizialmente spiazzante quando si è abituati a vedere concerti rock, jazz o di qualsiasi altro genere suonato con strumenti “veri”: le corde rotte dalle schitarrate, i batteristi che picchiano duro, la fluida delicatezza della dita che scivolano su un pianoforte… Le possibilità di suoni, sample ed effetti racchiusi dentro ad un computer sono pressoché infinite e proprio per questo attraverso synth e controller la musica elettronica che tanto ci piace può prendere dal vivo (“live”, appunto) forme sempre diverse: sorprenderci, divertirci, trascinarci in vortici ipnotici, emozionarci. Sentire suonare Nathan Fake, James Blake o, andando fieri del nostro made in Italy, gli Aucan (che fra l’altro pubblicheranno il nuovo disco, “Stelle Fisse”, il prossimo 20 novembre) non è solo tenere il tempo e lasciarsi andare ai bassi che spaccano il terreno, è un’esperienza completa in cui tutta la gamma di sensazioni è a portata di pelle.


Ma la domanda vera è: a quante persone importa veramente? Quanti seguaci della club culture sono interessati alla musica e quanti al seguire la “moda” del momento? In questo continuo match analogico/digitale un vecchio e caro vinile quanto è realmente apprezzato per quello che è e non per il prestigio che rappresenta nell’arredo della camera? Frequentando gli eventi musicali in una qualsiasi città culturalmente attiva, che sia Berlino, Londra o anche semplicemente guardando nel piatto in cui mangiamo, in Italia, circondati da persone con le mani in alto sotto cassa, viene facile chiedersi: la musica oggi è una questione di qualità o di formalità?
Lossless è solo una parola molto cool? Sarebbe una cosabella, se lossless potessero esserlo anche le persone, coi solchi incisi in bella vista e una puntina di diamante in mano da offrire a chi vuole leggerle, senza perdita di qualità.