#Quellavoltache è un hashtag che ormai gira da qualche giorno nel web italiano grazie a un’idea di Giulia Blasi. Insieme a #metoo le donne hanno iniziato a raccontare le loro esperienze di molestie. Si tratta di esperienze frequenti, troppo spesso così usuali da renderle quasi meritevoli di una scrollata di spalle o di essere dimenticate tra le mille cose che capitano ad ognuno di noi, ogni giorno. Tutto è iniziato con la denuncia, da parte di molte donne dello spettacolo statunitense (e non solo) delle molestie ricevute da uno dei produttori di Hollywood più noti e potenti: Harvey Weinstein. Angelina Jolie, Asia Argento, Gwyneth Paltrow sono soltanto i nomi più noti. Una prassi che per vent’anni non ha mai accennato a cambiare, se non ora, se non in seguito alla coraggiosa denuncia di Ambra Battilana.

Qui trovate le tante #Quellavoltache della nostra redazione, che non hanno voluto firmare, ma che servono comunque. Sì, sono racconti anonimi, sì, sono uno dietro l’altro, sì, sono come una valanga. E sì, vogliamo che non si trasformi in rumore di fondo, ma che sia l’evidente punto di non ritorno, anche per noi, anche per tutte le future volte in cui ricapiterà (perché purtroppo ricapiterà). Saremo più forti, perché sappiamo che insieme possiamo essere una valanga.

#Quellavoltache Sull’autobus all’ora di punta

Una delle alienazioni più comuni della vita in una grande città, una di quelle esperienze che, se non fossero molestie, rubricheresti altrimenti come “esperienze di sopravvivenza urbana”, è l’incontro con un “maniaco”. Di quelli che, su un autobus affollato come una scatoletta di sardine, trovano l’occasione di allentare i freni inibitori, e non c’è niente, né la paura di essere svergognati, di un ceffone o di una denuncia, né il pudore, trattiene dallo spingerti contro la loro squallida erezione, dall’egoismo di masturbarsi strusciandosi addosso a una donna qualsiasi.
Quella volta che non ho avuto l’impeto di ribellarmi e di reagire, di gridargli: “Smettila subito, coglione! Impara a tenertelo sotto controllo”, perché quella sensazione di «No, non sta succedendo davvero a me» mi ha paralizzata fino ai pensieri. Quella paura che potesse essere ancora peggio, che lui ti seguisse. Quella necessità di cambiare strada o di entrare in un negozio per mettermi al sicuro.
Mi ricordo benissimo la sensazione di cuore in gola, finché non mi sono girata per l’ennesima volta e non ho visto che l’avevo finalmente depistato.

#Quellavoltache In un vagone semivuoto

In treno un tizio mi si accosta, mi si appoggia, mi blocca tra i sedili. Mi divincolo e mi sposto, mi segue fino alla carrozza di testa. Si ferma a distanza, mi tiene d’occhio ma io non faccio nulla. Passa il capotreno, so che dovrei segnalare ma penso “e quando il capotreno se ne va e io resto qui con questo?”. Alla fine è lui a fare un passo di troppo, il capotreno che non era ancora passato oltre, se ne accorge e lo allontana. E poi si rivolge a me, che dovevo dirlo no? Ma non ce l’ho fatta a fare la cosa giusta.

#Quellavoltache Al bar, all’orario di chiusura

Lavoravo, per arrotondare, anche il sabato mattina, in un bar di un mio ex collega/amico/padre di famiglia. Non mancavo mai, ogni sabato mattina ero lì e lavoravo bene, lo sapevano tutti che ero una che lavorava bene. Poi ogni sabato in chiusura, alle 13, io e lui eravamo da soli e le battute non mancavano mai. Ma era furbo, le lasciava rimanere solo battute “divertenti”, seppur pesanti, continue, ossessionanti. All’ennesima però gli dissi di no seriamente, prima facevo finta che scherzasse. Ci eravamo simpatici, eravamo amici, pensavo fosse comunque tutto ok. Poi gli chiesi il sabato successivo libero, avevo un’emergenza. Ma la settimana seguente mi disse che aveva trovato un’altra. Fui licenziata, senza raccontarcela, dopo che gli avevo detto no. Perché non l’ho denunciato? Perché le sue erano SOLO battute, fatte sempre di nascosto, e io lavoravo con quegli stupidi voucher (che favoriscono stupidi licenziamenti). E perché i suoi due bambini lo adoravano. E io lo so, sarei sembrata una che esagerava e se la tirava. Quando l’ho raccontato ad amici in comune e nessuno rimase sorpreso.

#Quellavoltache In un villaggio turistico, poco prima di diventare adulta

Avevo 16 anni, era la penultima vacanza con i miei prima dei 18. Eravamo in un villaggio turistico, a Mallorca ed era l’ultima sera, quella in cui gli animatori fanno una super festa dove sostanzialmente obbligano tutti a partecipare a cabaret, giochi e brindisi. Io non ero più una bambina ma nemmeno un’adulta e me ne stavo in un angolo perché non amavo recitare, giocare e ancora brindare. Due ragazzi, poco più grandi di me, si avvicinano e mi dicono che al piano superiore c’era una festa alternativa per ragazzi della nostra età. Col senno di poi erano parecchio alticci ma io, come dicevo, ancora non conoscevo la parola brindare. Li seguo perché in fondo sapevo chi fossero: li avevo visti per 10 giorni nel mio stesso villaggio, in riva al mare e a bordo piscina. Saliamo al piano superiore e mi dicono che posso aspettare il resto della compagnia nella loro camera, io rispondo che posso attendere al piano di sotto ma loro insistono e cominciano ad avvicinarsi, tanto che uno di loro arriva a sfiorarmi la guancia con un bacio, la mano sul mio fianco mentre sussurra: “ma non hai capito che festa è?”. No, non l’avevo capito: non più bambina ma nemmeno donna, per me una festa fra adolescenti era ridere di argomenti infantili per non pensare alle cose dei grandi. Non l’ho mai raccontato, non sono mai riuscita a dire grazie a quella signora che ha sbattuto la porta forte, pre caso, mentre prendeva un copri spalle nella sua stanza, distraendo i ragazzi con quel tonfo e permettendomi di scappare al cabaret. Non ho mai voluto pensare a cosa sarebbe successo se.

#Quellavoltache In un regionale, la sera

Prendevo un treno ogni giorno per tornare a casa e cercavo sempre di sedermi sui divanetti a tre posti. Non c’era molta gente a quell’ora quindi potevo poggiare lo zaino sul sedile e appisolarmi anche un poco, ero sempre dannatamente stanca in quel periodo. Un pomeriggio è salito lui e si è seduto accanto a me. C’erano almeno 20 centimetri fra noi, il divanetto a tre era ampio, pensavo ai fatti miei. Baffi grigi un po’ disordinati, una tuta da lavoro, basso e tarchiato con il viso segnato dalle rughe. Lo ricordo ancora a distanza di anni. Chiude gli occhi appena mi si siede accanto e incrocia le braccia sulla grossa pancia. Di fronte a noi non c’è nessuno. Il treno va, io chiudo gli occhi come al solito poggiata sullo zaino, fino a quando l’ho sentito più vicino, il suo fianco a sfiorare il mio. Mi spavento e per un minuto lunghissimo mi dico che si è solo appoggiato, sarò sfinito dalla giornata, come me. Eppure non riesco a spostarmi. Ho il finestrino e lo zaino da un lato, dall’altro lui quasi poggiato e non riesco a spostarmi. Sto ancora mettendo a fuoco la situazione quando sento le dita della sua mano destra che si arrampicano sul mio fianco fino ad arrivare all’elastico del reggiseno. Mi sono irrigidita per l’orrore: un perfetto sconosciuto si prende la libertà di toccare il mio corpo in un luogo pubblico, senza il mio consenso. Ho realizzato troppo tardi nella mia mente la prassi che dovevo seguire e solo dopo 30 secondi abbondanti il cervello ha dato l’impulso alle mie gambe di alzarsi e andare via, cambiare carrozza, scendere dal treno se fosse stato necessario. Quando mi sono girata verso di lui aveva ancora gli occhi chiusi e sorrideva. Ho raccolto giacca e zaino e sono scappata via sentendomi sporca perché non avevo reagito immediatamente. Chi era la persona sporca fra noi due?

#Quellavoltache In un nuovo paese, un nuovo capo

Mi ero appena trasferita in un paese nuovo per lavoro. A una cena aziendale uno dei dirigenti dell’azienda e sua moglie – che scopro conversando essere vicini di casa – mi invitano a passare prossimamente da loro per un caffè. Arriva l’invito e accetto. Quando arrivo a casa però c’è solo lui. Già lì mi sento molto in imbarazzo ma non voglio “pensare male”. Mi mostra l’appartamento e, arrivati in camera da letto, allunga le mani. Io mi svincolo, totalmente shoccata da quello che stava accadendo. La mia preoccupazione principale in quel momento tuttavia era quella di trovare un modo “educato” di rifiutare per non avere poi ripercussioni sul lavoro. Vado via. Il primo pensiero è stato: devo aver detto o fatto qualcosa che lo ha portato a pensare di poterselo permettere, insomma mi sentivo colpevole di quanto fosse accaduto. E questa è la prima volta che ne parlo o ne scrivo, insomma che questo episodio esce dalla mia testa. Ho il voltastomaco.

#Quellavoltache Il racconto di un’amica

La mia ex-coinquilina mi raccontò dello stupro che aveva subito 2 anni prima, di quando era riuscita ad andare via da quella casa e alla prima persona incrociata per strada aveva chiesto aiuto ricevendo in risposta “sei vestita, come hai fatto a subire uno stupro?”, le medicine che prendeva, gli incubi che aveva, il tribunale, le altre donne. Non viviamo più nella stessa casa, ha fatto la sua tesi sulla violenza sulle donne, dai casi famigliari agli stupri come arma di guerra durante i conflitti, trovato il suo percorso. Una forza incredibile. Da quel momento ogni mio o altrui piccolo anche vigliacco tentativo di pensare “beh ma forse chissà” , davanti ad una notizia di violenza (probabilmente un modo meschino ma umano per proteggersi forse, per dire se non faccio così non mi può succede) mi urta terribilmente, mi sembra solo un’ennesima ingiustizia.

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Illustrazione di Eva Naccari