Illustrazione di ELENA XAUSA

Illustrazione di ELENA XAUSA

Un tappeto verde brillante macchiato da densi grumi viola, morbido, accogliente. La luce che si rifrange tra i fili d’erba e rifulge. Una brezza sottile accarezza le nostre narici con un aroma inebriante e pungente, fresco e inconfondibile. ‘E ipnotico, lo vogliamo assaporare al meglio e ci vien voglia di tuffarci a terra per inalare la magia che sprigionano le piccole violette. Profumo di primavera, inno al suo arrivo sotto forma aromatica. ‘E una bella emozione, intensa all’inizio ma che poi si affievolisce, per lasciare il posto ad un sentore più palatale, rubino, voluttuoso, di amarene e ciliegie, lamponi e fragoline di bosco. La polpa diventa protagonista, sentiamo la croccante melodia del frutto che si piega al nostro volere liberando i suoi golosi succhi. Sapore d’estate, di vacanza, di libertà.
Non indugiamo troppo in questa sensazione, l’armonia è complessa ed un’altra voce si aggiunge. Il tono si fa più secco, meno maturo, si sente la tostatura che esalta gli aromi speziati di cannella e vaniglia. Ci sentiamo avvolgere da un manto morbido, un abbraccio autunnale e ci lasciamo coccolare. L’abbandono tarda ad arrivare perché potente si fa sentire una presenza robusta, importante, una densità che avvolge, calda e soffice, come una guanto vellutato pronto a scaldarci dalla morsa invernale.
‘E l’apoteosi, è un viaggio, è il viaggio del gusto in cui ci conduce un peso massimo del mondo enologico, sua Maestà il Nebbiolo.
Tra i più antichi e rinomati vitigni a bacca nera del nostro Paese ha una nobiltà ed un’eleganza spaventose che lo rendono un compagno fidato da scoprire ogni volta. Tra le uve è quella con il ciclo vegetativo più lungo, vuole vivere ogni attimo dell’anno per riproporre un pizzico di ogni stagione nel suo succo. Germoglia ad inizio aprile assorbendo ogni molecola di primavera, fiorisce a giugno fotografando la maturazione dei frutti rossi,  si lascia raccogliere a fine ottobre, avvolto nella nebbia (a questo alcuni riconducono il nome, altri lo collegano al manto biancastro che avvolge gli acini creato dalla pruina), per poi riposare nel caldo di una barrique o in bottiglia durante l’inverno e temprarsi per sfoggiare in bocca tutto il suo sapere.
Il Nebbiolo, nella variante d’Alba DOC, che prediligo, è la svolta. Non delude mai. E’ strutturato, caldo, familiare. Va a nozze con i piatti importanti ma regala intense emozioni anche in solitaria. E’ un passepartout, come un tubino nero. Non ha i tannini arroganti di altri grandi rossi. Sa essere delicato, amorevole. E’ in continua evoluzione e non si impone: si può gustare giovane o si può lasciare a meditare, per dare modo alle note più eteree di intensificarsi. Ha un corpo importante che gli permette di sfidare il tempo, se si ama la storia.

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Mi sale il Nebbiolo, mi sale di ugly. ‘E simpa e poi parteggio per lui perché è il figlio minore, il fratello delle star di Hollywood. L’eterno secondo. Non dev’essere facile tracciare il proprio percorso nel mondo, avere successo, quando davanti a te hanno sfilato con tanto di manto di ermellino e abito in pelle umana Sua Eccellenza il Barolo e Sua Eminenza il Barbaresco. Nulla da eccepire su questi due protagonisti del Gotha enologico, che mi umettano, ma, in fin dei conti Nebbiolo ha il loro stesso sangue (entrambi sono creati da uve Nebbiolo in purezza), semplicemente è meno impostato, pretenzioso, se la viaggia in semplicità, si concede senza 2, 3 o 5 anni d’invecchiamento ed è più libero di crescere in aree più vaste.
In queste giornate imbiancate dalla neve o stuzzicate da bore polari in lui troverete sicuramente conforto e farete una buona azione, ripagandolo con il vostro sorriso soddisfatto del duro lavoro fatto per riproporvi, senza le pretese dei suoi fratelli, l’essenza di un’intera annata.