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Un libro di fotografie, a pensarci, è un po’ un controsenso. T’aspetti di leggere e ti ritrovi a guardare. Guardare con gli occhi di un altro, un salto in un mondo diverso, che non t’appartiene eppure ti sfiora e non ha parole ma parla, ti parla, racconta, si spiega. Non c’è esegesi di un testo ma comunque ampio spazio all’interpretazione se la fotografia ti coinvolge, ti punge, come diceva Barthes.

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Federico Pacini, classe 1977, pubblica per Editrice Quinlan il suo “Purtroppo ti amo“. Una raccolta di foto della sua Siena, che raccontano un’ Italia e una vita interiore fatta delle sfumature della contraddizione. Difficile spiegare a parole un’immagine. Ancora di più spiegarne tante. Eppure ci sembra che aleggi come una certa malinconia, non priva di commozione, diciamo simile a quella che sta dietro il vetro appannato di una pigra domenica uggiosa.

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Tutto è fermo, cristallizzato in un attimo fuori dal tempo, oppure fuori tempo massimo, lasciato indietro, sul punto d’essere dimenticato. Nella fotografia di Pacini pure le cose sono sole e fan pena. S’impossessa di loro il vuoto e la desolazione, vengono incalzate dal moderno, vecchie fermate d’autobus arruginite, madonne fuori posto, auto d’epoca sul ciglio della strada. E poi la poesia della materia e degli oggetti, l’una viva e ridente come il ramo d’un ciliegio in fiore, gli altri già morti, prigionieri di una fissità crudele.

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E l’essere umano? L’essere umano è un fantasma, qualcuno che è passato di lì e se ne è già andato lasciando scritte spray e poster pubblicitari sui muri, disabitando via via ciò che gli è caro e che ora rimane abbandonato a se stesso, come un cane in autostrada. L’Italia del bello e del brutto, dei preti e dei vandali, delle sale d’aspetto, dei megastore dell’elettronica e dei fiorai.

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Ce la racconta Pacini, non senza lacrime e quasi andandosene anche lui. Tra le labbra, una dichiarazione bisbigliata: “Purtroppo ti amo”.