Il titolo del libro di Paolo Cognetti, Le otto montagne edito da Einaudi mi ha immediatamente catturata. Ho sperato trattasse proprio di montagne, con cui ultimamente sento una particolare vicinanza. Ho sperato mi avrebbe trascinata in un mondo naturale, semplice, senza fronzoli, con rocce scure e grandi alberi, torrenti e uomini e donne di poche parole. E così è stato. Ma leggere le Otto Montagne è stato molto di più. È stato rivivere parte di un’infanzia (la mia) passata, proprio come il protagonista Pietro, in montagna. Ogni estate si andava in Valsesia, ai piedi del Monte Rosa. Ho cercato il mio piccolo paesino (Grampa) di un solo abitante in pianta stabile tra le righe che descrivono il piccolo paesino scelto dalla famiglia di Pietro, (Grata) per sfuggire a Milano. Ho ritrovato le passeggiate la mattina presto fatte, a volte, solo con mio padre, altre con tutta la famiglia. Le stesse che facevo fatica ad apprezzare. E poi i prati larghi, i pendii erbosi su cui correre in salita per poi lasciarsi rotolare verso valle; torrenti ghiacciati da fare male ai piedi; amici che non avevo idea dove vivessero durante il resto dell’anno ma che ad agosto erano lì, pronti per le nostre avventure. 

Il libro di Cognetti non ha la montagna come protagonista, ma la montagna in senso ampio è lo sfondo di tutte le vite che questo libro tocca. I genitori di Pietro si sono conosciuti grazie all’amore per le loro montagne, le Dolomiti, in Veneto. Questi sono i fatti che ci vengono raccontati nella prima parte di Le otto montagneMontagna d’infanzia, da un Pietro bambino che cerca di capire le cose che gli succedono attorno. E di spiegarle a noi, osservatori invisibili.

Dopo il trasferimento a Milano e la nascita di Pietro, i genitori sentono la necessità di avere vicino delle montagne. In mancanza delle Dolomiti, la Valsesia funziona. Le sue cime e le sue vallate sono in grado di riempire quei vuoti lasciati nelle loro vite. Per il padre di Pietro, i vuoti li riempiono i ghiacciai.

Il ghiacciaio, disse a me e Bruno sul sentiero, è la memoria degli inverni passati che la montagna custodisce per noi. Sopra una certa altezza ne trattiene il ricordo, e se vogliamo sapere di un inverno lontano è lassú che dobbiamo andare.

Per sua madre, invece, i vuoti li riempie il sottobosco e tutta la sua flora e i suoi profumi.

Forse è vero, come sosteneva mia madre, che ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene. 

A sottolineare la magia del luogo, comincia proprio a Grata l’amicizia più importante per Pietro con Bruno, un coetaneo che fa il pastore e vive sui monti tutto l’anno e che per Pietro è da subito una persona speciale: «c’era qualcosa di assoluto, in Bruno, che mi aveva sempre affascinato. Qualcosa di integro e puro che fin da quando eravamo ragazzini ammiravo in lui».

Cognetti, con una prosa precisa e asciutta, misurata, racconta quegli anni e come si evolvono le relazioni: le differenze profonde tra Pietro e suo padre, le strade diverse percorse da Pietro e Bruno, la madre di Pietro come punto fermo per tutti. Tra una passeggiata all’alpeggio e un’esplorazione di una baita abbandonata, l’introspezione è profonda ma sempre lineare e logica.

Viviamo con Pietro fino ai sedici anni, con gli scontri e i silenzi che l’adolescenza si porta appresso.

Nella seconda parte di Le otto montagne, La casa della riconciliazione, Pietro è nei suoi trent’anni. È un uomo silenzioso, come da bambino, molto affezionato alla sua solitudine che ora lavora per parecchi mesi all’anno sull’Himalaya. Entra in scena un’altra montagna, quindi, e ne scopriamo le storie e i miti, come si vive ai suoi piedi, così come scopriamo come prosegue la vita di Pietro lontano da Grata, Milano e Torino.

Quel che dovevo proteggere, in me, era la capacità di stare solo. C’era voluto del tempo per abituarmi alla solitudine, farne un luogo in cui potevo accomodarmi e stare bene; eppure sentivo che tra noi il rapporto era sempre difficile.

Ma il protagonista non sta via mai troppo a lungo, («Ogni volta che tornavo lassù mi sembrava di tornare a me stesso, al luogo in cui ero io e stavo bene»), soprattutto ora che lui e Bruno condividono una piccola baita costruita con le loro mani a ridosso di una parete rocciosa proprio sopra Grata: la Barma drola, di «una bellezza cupa, aspra, che non infondeva pace ma piuttosto forza, e un po’ d’angoscia. La bellezza dell’inverso». Che gli ricorda l’anima dell’amico e quella del padre.

È forse proprio lei il centro delle loro vite, il collante? I due uomini se lo chiedono, si confrontano. Dei due personaggi principali si può dire che cercano di vivere le proprie vite fino in fondo e di dedicarsi a quello in cui credono, nel rispetto di quello che sono. E noi, stiamo facendo lo stesso?

Il libro si conclude con la terza parte di Le Otto Montagne, Inverno di un amico. Si inserisce duro il tema dell’inverno, che Pietro fino a questo momento non aveva mai trascorso in montagna. Ma spesso si è chiesto come sarebbe stato. È il tempo di scoprirlo. Di scoprire qualcosa in più anche su Bruno. E sul romanzo stesso, che finalmente svela il significato del suo titolo e rivela un’interessante chiave di lettura.

Le Otto Montagne è una storia raccontata al protagonista da un vecchio nepalese, lungo le pendici dell’Himalaya

«Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. Questo è il mondo per noi. […] – E diciamo: avrà imparato di piú chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?» Forse ognuno può rispondere come si sente. Qualche volta ci prova Bruno, qualche volta se lo domanda Pietro.

Non voglio dire troppo perché Le Otto Montagne è un libro da scoprire in solitudine, da custodire come un tesoro solo nostro. È un libro sulla montagna, un romanzo di formazione, è un racconto breve di un’amicizia lunga una vita, che parla di uomini che non sono bravi con le parole e di figure femminili forti, stabili, sagge. E un esempio perfetto di scrittura moderna in cui si dà spazio all’essenziale e ci si rende conto di quanto sia inutile il superfluo. Tra le pagine, ma anche nella vita.

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