di Ed Harris

C’è qualcosa di diabolico nei film biografici. Forse perché in fondo siamo tutti dei voyeur e calarci, con tutta l’onnipotenza del vedere senza essere visti, nelle vite degli altri ci regala un gusto speciale. il cinema, in questo, è un grande alleato, da sempre gioca sulla nostra natura di “guardoni” facendoci accomodare in una sala buia dove stare per ore a scrutare lo sguardo di un altro, senza che mai questo incroci il nostro.

Il film biografico, se è ben fatto, non risparmia nulla della vita del suo protagonista. Spesso le cadute risultano molto più affascinanti delle ascese, per noi, che del genio attendiamo con invidia il passo falso. Sapere fin dall’inizio che ciò che vediamo non è solo finzione ci predispone all’empatia, è un’arma potente nelle mani del regista, che, a suo piacimento, può decidere di mantenere intatta l’aura di sacralità che aleggia intorno a un personaggio, oppure renderla multisfaccettata mostrandoci l’uomo (quasi sempre assai più terreno), che si cela dietro all’eroe scintillante.

Ed Harris (A History of Violence, Abyss, The Truman Show) che con questo film esordisce alla regia, sceglie la seconda possibilità. Contemporaneamente davanti e dietro la macchina da presa, ci mostra chi era il grande Jackson Pollock, il tutto del genio e sregolatezza dell’action painting americano.

Fin da subito alcolista, misantropo, decadente, il Pollock di Harris arranca per arrivare alla notorietà. La critica è fredda nei riguardi dei suoi primi lavori figli del caos portato su larga scala, scuote la testa di fronte all’apparente insensatezza delle tele e storce il naso davanti al suo essere antisociale. L’élite insomma vuole l’artista edulcorato e asettico, non vuol vedere Jackson pisciare sul fuoco dei loro caminetti vittoriani.

Ci vuole il caso e tutto l’amore di una moglie che rinuncia a sé perché arrivino di Jackson le opere migliori.

In ginocchio col pennello stanco tra le mani, l’olio e l’acrilico colano sulla tela rispettando la gravità, un po’ come dalle vene schizza il sangue o come spruzza una lattina di birra lanciata a tutta forza contro un muro.

Lancia il colore Jackson, come se volesse disfarsene, lancia il colore come la sua automobile a tutta velocità dritta giù da una curva. Lancia il colore come disprezza l’amore delle donne che provano a salvarlo. Harris ci insegna che quando qualcuno si è perso al proprio interno non c’è grido che possa salvarlo. Né quello dell’amore, né quello dell’arte. Restano a noi le grandi tele di Jackson, le sue uniche figlie, confuse e disperate come il loro padre.

“Solo chi ha il caos dentro partorisce una stella danzante”, dice Nietzsche. La supernova Pollock è una stella schiantata, di colore esplosa, sulla candida e perfetta strada dell’autodistruzione.