Prima parte.

Era come baciarsi i polmoni.

La lancetta della benzina si abbassò all’improvviso verso lo zero e il giovane guidatore di una Punto blu anni ‛90 dichiarò che faceva venir rabbia quanto beveva quella macchina.

“Non ti preoccupare, passato il casello c’è un Autogrill.” Rispose la ragazza sollevando la testa che aveva tenuto appoggiata sulla spalla del ragazzo per tutto il tragitto, mentre fissava attraverso il vetro del cruscotto la luna quasi piena di un fine luglio caldissimo.

Non avevano pensieri, il contatto reciproco e l’odore forte della pelle sudata e unta di Autan li stordiva e li rendeva muti. L’aria tiepida che entrava prepotente dai finestrini spalancati spettinava loro i capelli intrecciandoli in nuovi complicati nodi d’amore.

Ogni volta che si baciavano, fin dalla prima volta che Lei gliela aveva lasciato fare, avevano sentito come aprirsi un vaso di Pandora in fondo allo stomaco. I loro baci combaciavano in modo così perfetto che ogni volta che le loro labbra si separavano, si ritrovavano a guardarsi spaventati, come se avessero appena sorpassato un confine umano.

Era come baciarsi i polmoni, il cuore, la milza, i reni e lo spirito tutti insieme. Fare l’amore diventava un riconoscimento di specie, un’azione istintuale e primitiva. L’unica possibile.

Tornavano da Vigevano in direzione Milano, erano stati al concerto di Julian Casablancas.

Appena arrivarono nella magica cornice del cortile del Castello Sforzesco, furono subito investiti da molteplici e sanguinosi raid di zanzare omicide, che li obbligarono a comprare una bomboletta di Autan al banchetto dei gadgets per il competitivo prezzo di cinque euro. Intossicandosi le vie aeree i due giovani se lo spruzzarono reciprocamente e con dedizione su tutto il corpo.

Nel disagio e nell’agonia del prurito delle innumerevoli punture seriali, il ragazzo si sedette su una delle tristissime sedie che un’organizzazione poco intelligente aveva senza ragione disposto davanti al palco di un concerto Synth Pop Rock, poi prese per i fianchi la ragazza e tirandola verso di lui, la obbligò a sedersi sopra le sue ginocchia.

“Ma fa caldo, dai lasciami andare!” si lamentò Lei, divincolandosi senza forza e con poca convinzione.

“E… dove vorresti andare Charlie Brown?” Le chiese Lui.

Un po’ scocciata ed escludendolo dalla direzione del suo sguardo, Lei sospirò: “A prendere una birra per esempio!”

“…Ti voglio qui, ti voglio sentire…” Le sussurrò nell’orecchio il ragazzo cantilenando come un bambino, ma senza lasciare la presa che al contrario si faceva sempre più forte.

Lei mal tollerava questo suo lato del carattere, certi suoi comportamenti che trovava infantili; capricci che dovevano trovare immediato esaudimento e che oltre a farla incazzare, la mettevano enormemente in imbarazzo. La giovane odiava palesare i suoi legami sentimentali nei luoghi pubblici e specialmente se c’era la possibilità di incontrare qualcuno di anche vagamente conosciuto.

“Voglio una birra… e poi smettila, mi fai male!” Gli rispose Lei in malo modo, alzandosi di scatto e facendolo quasi cadere dalla sedia.

Lui la guardò allontanarsi nell’erba rada fino a vederla scomparire dietro al tendone che ospitava alcuni stands di birre artigianali.

Se ne restò lì seduto per un po’ girandosi il biglietto tra le dita mentre ascoltava il gruppo spalla nell’insofferenza del ronzio delle zanzare. Doveva solo aspettare che le passasse quella, che a torto, pensava fosse solo una mattana derivante dalla spiacevole voracità della fauna del luogo.

Quando l’assenza di un suo contatto epidermico e la paura di averla fatta arrabbiare veramente divennero troppo forti, non vedendola ritornare, si avviò anche lui verso la zona bar.

Il ragazzo vide la ragazza nella sua gonnelina a fiori troppo corta ridere con un tale con i baffi all’Umberto I, il classico tipo con il ricercatissimo outfit indie folk da intellettualoide musicista. Le si avvicinò piano, fermandosi per un attimo ad ascoltare:

“Che poi non credi che Julian, Jack White e Adam Green siano tutti la stessa persona, ma diversa? cioè sembrano fratelli, non credi?” Disse lei suscitando la risata del suo interlocutore. Lui notò immediatamente un’inflessione troppo dolce nella voce di Lei.

“É che l’adulto pubescente va un sacco quest’anno!” Rispose il tizio, mentre il suo sguardo scivolava giù per la linea dei fianchi di Lei, fino a scoprirle le gambe.

Il ragazzo sentì montare dentro un certo fastidio, una rabbia atavica e primordiale, una sensazione di possesso violato; con un gesto quasi teatrale le agganciò la vita con un braccio.

Il contatto fu come una scossa. Lei girò la testa di scatto e impacciata dal rossore che le colorava le guance, passò alle presentazioni del caso.

“Scusa chi era quello?” La voce di Lui, abbassandosi di un tono, tradiva una certo disappunto.

Il ragazzo non sopportava affatto quell’atteggiamento troppo aperto e amichevole che Lei aveva con chiunque, quel modo intimo di toccare tutti i suoi amici, anche quelli che possedevano un pene. Ogni volta che si ritrovavano insieme in situazioni dove era naturale socializzare, una rabbia latente si impadroniva di lui. Perché tutte quelle moine con gente semisconosciuta e per lui solo la grazia di qualche bacio rubato?

“No, nulla… seguivamo estetica insieme all’Università. É simpatico… ha anche un gruppo gli As I see Excess, mi ha detto che suonerà Sabato alla Casa 139. Sarebbe carino andare, non credi?” Balbettò lei, cercando di dissimulare l’imbarazzo. La verità è che il tizio ci aveva provato con lei durante una festa alcolica, quando ancora i due giovani non sapevano della loro reciproca esistenza, e se non fosse stata così ubriaca da dover correre in bagno a vomitare quasi un litro di vodka, ci sarebbe stata e anche molto volentieri; era la prima volta che lo rivedeva dopo quell’epica figura di merda.

“E sentiamo cosa suonerebbe?”

“… Il basso…”

“Pure bassista te lo sei andata a trovare… Dio santo!”

“Non sarai geloso di quello, vero?” miagolò Lei cercando di diradare l’aria di tempesta.

“Fai la brava Charlie Brown!” tagliò corto Lui, facendo finta di dimenticare quello che era appena successo.

Si abbassarono le luci. Lui le prese la mano e la trascinò nell’11th Dimension tra le schiene sudate di giovani, che urtando dolorosamente le sedie davanti al palco ballavano e gridavano come se non ci fosse stato un domani, ristabilendo una pace precaria nella gioia muta del contatto tra i loro corpi.

L’illustrazione è di Fanna.