Gli stylist.

Di questa razza purtroppo o per fortuna faccio parte anche io. Ho sempre pensato che essere una stylist rappresentasse una delle massime espressioni di creatività tra i lavori appartenenti al campo della moda. Col tempo mi sono mantenuta salda a questa legge per me imprescindibile, assistendo a una vera e propria deriva di gusto, estro e come dicevo prima, creatività, le sole ragioni per cui qualcuno dovrebbe scegliere di fare questo mestiere.

Gli stylist milanesi si riconoscono a un miglio di distanza. Devono per forza dare nell’occhio e risultare forzatamente eccentrici, sfiorando il ridicolo. Tra uomini vestiti da donne e donne che la femminilità non sanno nemmeno dove stia di casa, vediamo dei veri e propri fenomeni da baraccone invadere le colorite strade di Porta Ticinese per mostrare l’ultima creazione del designer X iperconosciuto, avute per gentile concessione dell’esclusiva amicizia con questo o quel pr.

Per non contare poi la loro Onnipresenza, che Dio in confronto non è nessuno. Sì, perchè per entrare a far parte dell’ambiente giusto, come se il lavoro si procurasse davvero in questo modo, bisogna presenziare a tutti, ma proprio tutti gli eventi e farsi notare, oltre che per l’abbigliamento da circo, anche perché si è dei veri e propri Pazzerelloni.

Sì, gli stylist vecchio stile, con buon gusto e savoir-faire non esistono più. Sono stati rimpiazzati da hipster arrivati da ogni parte d’Italia con il sogno di raggiungere uno status, che ancora non ho capito quale sia. E allora via con le amicizie lampo e i sorrisoni a 374 denti, qualche marchetta qua e là e tante tante ubriacature moleste, per essere più simpatici, si intende.

Ma non esiste soltanto questo tipo di stylist. Esiste anche quello che lavora all’ombra delle redazioni di rivistuncole di serie B, che dovendo soddisfare il pubblico medio italiano, fatto di casalinghe, troniste di Uomini & Donne e nuove generazioni di Anne Tatangelo, crea degli editoriali dai temi più frustranti: lo stile sporty, con tanto di tuta in ciniglia di un bel color melanzana per andare a far la spesa comode ma carine; il jungle, con povere modelle costrette a travestirsi da Jane del 2000 e sfoderare tutta la loro aggressività animalesca; il glitterato (si salvi chi può!) per essere sfavillante anche nelle serate più cupe….

Ma dico, perché nutrire la gente con certe schifezze? Se questo non è classismo ditemi voi come lo definireste!

illustrazioni di Michela Buttignol