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Philip Seymour Hoffman non era bello e non suscitava simpatia. Faceva parte di quella categoria di interpreti che devono faticare molto per farsi apprezzare dal pubblico, almeno il triplo di chi è naturalmente fornito di grazia e appeal. Se lo guardavi nella fissità di una fotografia, gonfio nel suo smoking la notte degli Oscar, era inevitabile pensare: ma come gli sarà venuto in mente a questo qui di fare l’attore? E poi, subito dopo, quanto deve amare il suo mestiere per perseverare, studiare, andare ai provini, sperare, impostare la voce, eliminare ogni affettazione, scavalcare il muro di pregiudizio degli agenti, dei direttori dei casting, dei registi. Diventare talmente bravo da farsi assegnare qualunque ruolo, nonostante quella faccia prima, e grazie a quella faccia poi.

Se lo guardavi nella fissità di una fotografia dicevamo, con i capelli rossi, le guance rubiconde, gli occhi porcini e velati, la bocca che mal celava una piega di disgusto nei confronti del mondo fors’anche cattiveria – chi può dirlo – la prima immediata reazione era volgere lo sguardo altrove. Eppure, con una trasfigurazione magica, bastava che il fotogramma si animasse per far sì che il suo volto si rovesciasse, sotto l’effetto del sortilegio di un talento straordinario, da repellente a magnetico. Gli occhi, fino ad allora insignificanti e vacui, prendere vita e scavare oltre la patina dello schermo e la bocca ferita dal disprezzo del mondo, diventar sensuale, volitiva e perfino fiduciosa.

Grazie al suo talento Hoffman ha potuto vivere diverse vite e a noi è stato consentito d’amarlo, odiarlo, venerarlo e compatirlo. Hoffman è stato in tutti i film che avete amato di più: da Il Grande Lebowski a La 25° ora, da I Love Radio Rock a Le Idi di Marzo. Il grande Paul Thomas Anderson lo ha voluto in quasi tutti i suoi film (Boogie Nights, Magnolia, Ubriaco d’Amore) consacrandolo con un ruolo epocale e maestoso in The Master. Il cinema indipendente ne ha fatto un suo portavoce, regalandogli i ruoli più difficili e controversi, come l’immorale fratello di Onora il padre e la madre di Lumet, il travestito di Flawless, il regista di Synecdoche, New York, del visionario Charlie Kaufman, il prete pedofilo di Il Dubbio, al fianco della straordinaria Meryl Streep.

L’Oscar l’ha vinto nel 2005 con l’interpretazione di uno degli outsider più amati della cultura occidentale, Truman Capote, in A Sangue Freddo, di Bennett Miller. Il suo Truman fragile e spietato ad un tempo conquista l’Academy e il grande pubblico consacrandolo definitivamente come uno dei più grandi attori del nostro tempo.

C’è un fil rouge che corre tra i diversi ruoli della sua vita: come un’arteria di liquida malinconia, una crepa nel marmo più candido, un veleno placido che lentamente si fa strada sostituendo il sangue buono con quello cattivo. Non è forse possibile interpretare certi ruoli senza conoscerli nella vita reale. Certe trasformazioni non sono mai radicali, piuttosto un aggiustamento, la correzione di un tiro ben noto.

Hoffman era lui stesso un outsider, un depresso e un drogato. Ma poichè non esistono verità semplici era anche molto più di questo. Un grande attore, un marito, padre di tre figli. Non sta a noi chiederci perchè, nè come il lato oscuro si facesse strada in una quotidianeità hollywoodiana e glamouros. Forse, grazie al suo talento, voleva vivere tutte le sue vite. Forse al contrario, era solo molto stanco.

Addio Philip.